Se una parola non esiste, verrebbe da pensare che non esista nemmeno ciò che deve identificare. Quando però mancano le parole per definire i colori, significa che le persone non sono in grado di vederli? I colori del cielo e del mare non possono essere cambiati più di tanto nel tempo, eppure i greci faticavano a definire con una parola il blu. Anche i romani dimostrarono una predilezione per alcuni tipi di colore, così da avere un vocabolario piuttosto limitato per identificare le sfumature di blu e, in parte, di verde. Quali parole indicavano i colori dell’antichità e perché greci e romani avevano difficoltà a definire (e vedere?) il blu?

I colori nel Mediterraneo

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Affresco dalla Tomba di Nebamun a Tebe, Egitto (1350 a.C.)

La produzione dei colori nel mondo antico

Prima di immergerci nel mondo del lessico, bisogna capire che origine avessero i colori di greci e romani. I colori erano quelli esistenti in natura, come nel caso del giallo dei girasoli, del verde delle foglie, del bianco delle nuvole; ma anche quelli  prodotti artificialmente, come nel caso delle tinture o dei colori usati per dipingere. Dalle terre si ricavava tutta la gamma di bruni, gialli e bianchi e dal carbone il nero. Una delle tinte più antiche era la porpora, ricavata da un certo tipo di mollusco, mentre con le pietre polverizzate si potevano realizzare colori pregiati come il blu, ottenuto dai lapislazzuli.

Il blu nell’arte antica

In generale nell’arte antica predominavano i colori caldi e terrosi come mostrano alcuni esempi di palette tratti da famose pitture egizie, ma come dimenticare la Porta di Ishtar che oggi possiamo ammirare al Pergamon Museum di Berlino? Il suo rivestimento è interamente in mattoni smaltati di blu. Anche nell’arte egizia troviamo il blu e l’azzurro, come nella maschera di Tutankhamon o negli scarabei.

Nel caso della Mesopotamia la presenza del blu dipende dal fatto che questa regione si trovasse lungo le vie commerciali che portavano i lapislazzuli dall’Afghanistan verso l’occidente. Erano gli stessi mercanti mesopotamici a gestire questo commercio, come sappiamo dai documenti paleoassiri (inizio II millennio a.C.). I lapislazzuli erano costosi, ma i re potevano permettersi una spesa del genere: gli oggetti d’arte che presentano un rivestimento in smalto blu o incrostazioni di pietre dello stesso colore si ritrovano infatti in tombe reali o principesche.

Lo stesso discorso vale per l’antico Egitto, i cui ricchissimi faraoni avevano oro in abbondanza da scambiare con le pietre preziose in arrivo da oriente. Inoltre, in Egitto era diffusa anche la faïence, una pasta smaltata di colore azzurro che trovò largo impiego soprattutto negli ushabti (statuine di servitori presenti nelle tombe egizie) e negli scarabei.

Per le città stato greche e la repubblica romana delle origini usare il blu prodotto dai lapislazzuli sarebbe stato una spesa eccessiva e anche quando l’impero romano fu abbastanza ricco da importare senza difficoltà pietre preziose da tutto il mondo conosciuto il blu non sfondò mai, per motivazioni che vedremo essere anche simboliche. In età arcaica per i greci e i romani il blu fu un colore difficile da reperire e questo fu uno dei motivi fondamentali della sua difficoltà a inserirsi nel vocabolario. La possibilità di riprodurre i colori con più o meno facilità ebbe infatti una grossa influenza sul lessico.

I colori dei greci

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Affresco dalla Tomba del tuffatore di Paestum (470-480 a.C.). Foto di Velvet, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

Il vocabolario greco è immenso e così ricco di dettagli e sfumature da lasciarci perplessi di fronte alla sua incapacità di definire in modo chiaro alcuni colori. In Omero ne appaiono addirittura solo quattro: λευκός (leukòs), «bianco», γλαυκός (glaukòs), «grigio» con sfumature fino al «nero», ρυθρός (rythròs), «rosso» e χλωρός (chloròs), «giallo-verde». Anche in seguito quando nei testi appariranno più parole per indicare i colori la situazione non migliorerà molto, perché spesso di tratterà di termini ambigui. A faticare a trovare una collocazione nel vocabolario è proprio il blu, che parrebbe sconfinare nei toni del nero, del viola e del rosso. Ad esempio l’epiteto del mare è o῍ινοψ (oînops), che indica anche il colore del vino.

Come al solito, quando affrontiamo una civiltà o una cultura diversa dalla nostra, nel passato come nel presente, dobbiamo allontanarci dal nostro modo di pensare e cercare di capire il motivo di determinate scelte. I greci infatti erano meno interessati di noi a definire in modo chiaro e univoco i colori, perché aveva invece una grande importanza un altro aspetto: la luminosità.

Dallo spettro di colori alla scala di luminosità

Alcuni termini greci riferiti ai colori ci appaiono così confusi perché non indicano una tonalità esatta, quanto la sua luminosità. Si dispongono lungo una scala che va dal bianco (leukòs) al nero (μέλας, melàs). Per esempio gli occhi delle dee sono γλαυκόι (glaucòi), tradotti in genere con «azzurri», «grigi», ma glaukòs indica soprattutto un colore luminoso. Più che di «occhi azzurri» si tratta di «occhi scintillanti». Ciò che dovevano indicare le parole era quindi la quantità o meno di luce presente in un colore, un criterio che a noi sembra bizzarro e ci crea diversi problemi di interpretazione.

I greci non vedevano il blu?

Il colore che più di tutti denoterebbe in modo chiaro il blu è κυάνεος (kyàneos, da cui deriva il nostro «ciano»), che però prima di tutto indica i lapislazzuli. Di fronte all’incapacità di definire il blu in passato gli studiosi si sono chiesti se i greci in fondo il blu non lo vedessero proprio. Eppure appare piuttosto improbabile che un intero popolo non avesse la capacità di vedere una gamma di colori così ampia e nell’arte cretese esistono pitture che presentano sfumature blu e azzurre. Dobbiamo quindi pensare che semplicemente i greci non sentirono l’esigenza di assegnare un termine specifico a questo colore, così difficile da riprodurre artificialmente.

I colori dei romani

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Affresco dalla Villa dei misteri, Pompei (I secolo a.C.)

Colore e società

Se dovessi associare un colore all’antica Roma, a quale penseresti? Il rosso o il porpora, giusto? Avresti ragione, perché questi due colori rivestono un importanza particolare nella società romana tanto da diventare il simbolo stesso di Roma e degli imperatori. La porpora era il colore del potere già per gli etruschi e anche per i romani fu appannaggio degli uomini più importanti: di porpora erano le strisce della toga praetexta dei senatori, interamente colorata di porpora era la toga picta, indossata dai generali al momento del trionfo.

Il rosso inoltre aveva un significato simbolico molto forte in occidente, poiché era legato alla forza e alla vita. Rosso era infatti il sangue. L’amore dei romani per i colori caldi e intensi ci appare evidente dalle pitture parietali di Pompei, dove il rosso è così caratteristico da essersi meritato un nome specifico: rosso pompeiano. Anche una delle insegne romane, il vexillum, era presumibilmente rosso, come lo erano i mantelli militari, almeno quelli dei generali (paludamentum).

Blu, colore poco amato?

Come i greci, anche i romani avevano un lessico vago per definire il blu, soprattutto se lo si confronta con la ricchezza di termini per indicare le tonalità di rosso (ne sono stati individuati addirittura 58). Esistevano parole per indicare queste sfumature, come caeruleus, ma è significativo che in italiano i termini per indicare blu e azzurro siano rispettivamente di origine germanica (*blawa) e arabo-persiana (azul).

Vista il ruolo sociale che rivestivano i colori nell’antica Roma, è possibile che al disinteresse verso il blu abbia contribuito anche un fattore politico. Prima del periodo imperiale i romani faticavano a riprodurre il blu e anche quando i ricchi furono disposti a sborsare fior di quattrini per i lapislazzuli o per l’indaco proveniente dall’India non ebbe particolare successo. Il blu era invece apprezzato dai barbari che lo ricavano dal guado e i pitti della Britannia devono il loro nome proprio dall’abitudine di dipingersi di blu (picti, cioè «dipinti). Questo potrebbe aver influito sulla popolarità del blu, ma è ancora più probabile che a limitarne l’uso furono l’abitudine e lo status privilegiato di altri colori.

In ogni caso ai romani il colore blu per le pitture non era sconosciuto, come appare evidente dagli affreschi, in particolare da quello del triclinio della Villa di Livia.

Greci e romani vedevano i colori come noi?

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Non ci sono ragioni per credere che greci e romani vedessero i colori in modo diverso da noi. Il motivo per cui la terminologia con cui indicare i colori fosse imprecisa e in alcuni casi insufficiente dipende da cause che hanno poco a che fare con la genetica e molto con la cultura.

Classificare i colori a seconda della luminosità come facevano i greci è un criterio estraneo al nostro modo di pensare e quando traduciamo questi termini dobbiamo fare attenzione a prendere in considerazione il contesto. Prendiamo i poemi omerici: gli dei e gli eroi sono rappresentati con occhi azzurri e capelli biondi. Ma siamo certi che sia la traduzione esatta? Come abbiamo visto prima, glaukòs indica il grigio, ma soprattutto un colore luminoso; Hera è definita «dea dalle candide braccia» e in λευκώλενος (leukòlenos) è presente leukòs, il colore più chiaro e luminoso in assoluto, adatto a esprimere la divinità del personaggio. Achille è biondo, ma anche «radioso» (δῖος , diòs).

Ciò che più conta nel descrivere dei e eroi è evidenziare la loro natura divina o eroica, per cui il lessico dei colori attinge a quelle espressioni che più si avvicinano a un’idea di luminosità. Non si possono quindi usare i testi poetici come basi per una teoria seconda la quale gli antichi greci erano alti, biondi e con gli occhi azzurri, visto che i personaggi dell’Iliade perlopiù presentano queste caratteristiche (dell’altezza in realtà non si fa cenno, ma lo stereotipo tende a associare questi tre elementi). Eppure è stato fatto e tra Ottocento e Novecento le teorie che rendevano i greci nordici o ariani si sprecavano. Non vuol dire che tra i greci non esistesse nessuno con capelli e occhi chiari ma bisogna saper contestualizzare i testi e leggerli con gli occhi di chi li ha scritti. Soprattutto dobbiamo prendere in considerazione l’aspetto più importante, quello che il razzismo ignora sempre: la cultura.

Di che colore erano pelle e capelli di greci e romani?

Il discorso sul colore della pelle e dei capelli degli uomini antichi è piuttosto inutile ai fini della ricerca storia, eppure è capace di scatenare liti furibonde su internet. Dai romani semi-albini agli egizi neri, circolano le idee più improbabili. Si tratta però di un tema che non posso esaurire in un paio di righe e che dovrei rimandare a un altro articolo. Se volessi saperne di più e capire quali sono le fonti testuali e iconografiche che riportano la discussione entro binari scientifici e la allontanano dal tifo razzista, scrivilo nei commenti, o mandami un’email all’indirizzo del blog che trovi nei contatti.

Per approfondire

Riguardo all’arte antica puoi trovare una buona infarinatura sulle tecniche artistiche e sui colori impiegati in manuali di storia e archeologia, come AA. VV., “Egitto. La terra dei faraoni” (2003) e Antonio Invernizzi, “Dal Tigri all’Eufrate, volume II. Babilonesi e Assiri” (1992).

“L’eccezione dell’azzurro. Il lessico cromatico: fra scienza e società” di Irene Ronga invece approfondisce il tema del lessico dei colori di greci e romani.

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