Quando si parla di donne nel fascismo spesso ci si concentra sull’aspetto ideologico e culturale. Il regime aveva dedicato molta attenzione al mondo femminile per costruire il modello del perfetto «angelo del focolare», compagna dell’«uomo nuovo» forgiato dal fascismo. Si sviscerano allora discorsi e libri, si passano al setaccio le parole per trovare quelle che relegavano il «secondo sesso» in una angolo, si ricostruiscono retaggi culturali che hanno o avrebbero portato alla subordinazione della donna.

Tutto giusto, ma è importante non tralasciare le azioni concrete portate avanti dal governo di Mussolini per limitare la libertà delle donne. Perché si possono anche fare grande chiasso nei salotti, lanciare volantini dalle finestre, gridare slogan e stampare opuscoli battaglieri, ma non basta certo questo a cambiare le cose. Il fascismo voleva interrompere il percorso di emancipazione avviato a inizio secolo e per farlo non si è limitato a pronunciare discorsi moraleggianti. Ha invece creato ostacoli reali ai due motori dell’indipendenza femminile: l’istruzione e il lavoro.

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Sotto il fascismo il compito principale della donna era sostenere l'incremento demografico

Per quanto il regime potesse sostenere che il posto della donna fosse a casa, se si fosse limitato a lamentarsi della corruzione dei tempi moderni probabilmente il percorso dell’emancipazione femminile sarebbe andato avanti lo stesso. Per bloccarlo, e tornare persino più indietro, bisognava invece agire a livello giuridico e creare norme che impedissero più o meno del tutto l’accesso delle donne al lavoro, soprattutto se qualificato.

Perché questo interesse per la regolamentazione del mondo del lavoro? Alla base ci sono due motivi, espressi in modo esemplare dalle raccapriccianti considerazioni di un economista che in un saggio del 1938 parlava così:

«La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia […] La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali

Ferdinando Loffredo, Politica della famiglia (1938)

Da una parte quindi la donna è intrinsecamente più stupida dell’uomo, quindi non ha senso che abbia accesso a mansioni complesse, che evidentemente non riuscirebbe a portare a termine. Dall’altra il lavoro le garantirebbe delle entrate proprie che, al di là di tutte le chiacchiere che si possono fare sulle tematiche di genere, sono lo strumento principale che garantisce una reale indipendenza.

Particolarmente interessante è la tesi secondo la quale l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro avrebbe portato a un generale miglioramento delle condizioni di vita di tutta la popolazione: interessante, perché questa prospettiva è considerata come qualcosa di negativo. Forse perché se tutte le classi sociali avessero migliorato troppo il proprio tenore di vita avrebbe potuto iniziare a reclamare maggiori diritti.

Leggi fasciste contro il lavoro delle donne

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Quindi, quali erano queste leggi? Davvero il fascismo ha riportato indietro la condizione delle donne, sbarrando il passo al cammino verso un’uguaglianza dei diritti che altrove si stava concretizzando? Come? Queste sono alcune delle leggi che costellarono di ostacoli l’accesso al mondo del lavoro delle donne.

Donne escluse dai ruoli di presidi (1923)

La Riforma Gentile riorganizzò la scuola e pose un primo paletto alle donne, alle quali fu precluso il ruolo di preside. Iniziò una politica legislativa che portò a escludere sistematicamente le donne dai ruoli dirigenziali, a eccezione delle (poche) posizioni di direzione del personale interamente femminile.

Art. 12 : A capo di ogni Istituto è un preside che ne ha il governo insieme con il Collegio dei professori. […] Dalla scelta sono escluse le donne.

Regio Decreto 1054 del 6 maggio 1923

Donne escluse dall’insegnamento di lettere e filosofia (1926)

Le cattedre da cui le donne erano escluse sembrano essere per gli istituti tecnici italiano e storia (sembra perché la tabella della Gazzetta Ufficiale non è chiarissima), mentre per i licei erano italiano, latino, storia, filosofia ed economia politica. Nella scuola alle donne vennero riservati i ruoli di maestra, mentre furono allontanate dall’insegnamento nelle classi superiori. Si riteneva infatti che l’istinto materno agevolasse il rapporto con i bambini, a differenza di quello con ragazzi più grandi, ai quali serviva maggiore disciplina. Inoltre, gli studenti delle scuole superiori dovevano imparare nozioni complesse; che si dubitava potessero essere davvero comprese e spiegate dalle donne.

Art. 11: Ai concorsi e agli esami di abilitazione sono ammessi indistintamente gli uomini e le donne, fatta eccezione dei concorsi delle classi IV, V (limitatamente ai concorsi per l’istituto tecnico) VI e VII (limitatamente ai concorsi per il liceo classico e il liceo scientifico) di cui all’annessa tabella, che sono riservate agli uomini, e dei concorsi e degli esami di abilitazione per maestra giardiniera negli istituti magistrali, che sono riservati alle donne.

Regio Decreto 9 dicembre 1926, n. 2480

Limite all’assunzione delle donne nell’amministrazione pubblica (1934)

Nel 1934 si posero le basi per una legge che avrebbe reso molto difficile il rapporto tra donne e mondo del lavoro. Si concedeva infatti la facoltà alle amministrazioni pubbliche di pubblicare bandi di concorso che limitassero l’assunzione di donne. Al momento si trattava di una possibilità, non di un obbligo: quello sarebbe arrivato quattro anni più tardi. Le legge è del 1933, ma entrò in vigore nel 1934.

Articolo unico: Le Amministrazioni dello Stato, comprese quelle con ordinamento autonomo, sono autorizzate a stabilire nei bandi di concorso per nomine ad impieghi, comunque denominati, nei rispettivi servizi, l’esclusione delle donne dalle assunzioni ovvero i limiti entro i quali le assunzioni di personale femminile possono avere effetto.

Regio Decreto Legge 8 novembre 1933, n. 1554

Limite alle assunzioni delle donne (1938)

Il 1938 fu un anno tremendo per i diritti civili: a novembre vennero promulgate le leggi razziali e due mesi prima divenne legge un testo che ostacolava enormemente la possibilità delle donne di guadagnarsi una propria indipendenza. Se la legge n. 1554 del 1934 permetteva di scrivere bandi di concorso in modo da limitare o vietarne l’accesso alle donne, qui si va oltre. Viene stabilita per legge la quota massima di donne che possono essere assunte nell’amministrazione pubblica o in un’azienda: 10%.

Art. 1: L’assunzione delle donne agli impieghi presso le Amministrazioni dello Stato e degli altri Enti od Istituti pubblici, ai quali esse sono ammesse in base alle disposizioni in vigore nonché agli impieghi privati, è limitata alla proporzione massima del dieci per cento del numero dei posti. E’ riservata alle pubbliche Amministrazioni la facoltà di stabilire una percentuale minore nei bandi di concorso per nomine ad impieghi.

Le pubbliche Amministrazioni e le aziende private che abbiano meno di dieci impiegati, non possono assumere alcuna donna quale impiegata. E’ fatta eccezione nei riguardi nelle aziende private per le parenti od affini sino al quarto grado del titolare dell’azienda.

Regio Decreto Legge 5 settembre 1938 – XVI – n.1514

Professioni consigliate alle donne (1939)

Le donne quindi possono essere non più del 10% della forza lavoro. E non possono svolgere tutte le professioni: se alcune sono esplicitamente vietate, molte sono sconsigliate. Il decreto n. 898 non vieta espressamente determinati impieghi alle donne, ma indica quelli «particolarmente adatti». Sono tutte professioni subordinate, a eccezione delle direttrici dei laboratori di moda, settore considerato tipicamente femminile.

Art. 1: Oltre agli impieghi relativi a servizi che per la loro natura non possono essere disimpegnati che da donne, gli impieghi attinenti ai servizi di cui appresso, sono riconosciuti, nei riguardi delle Amministrazioni dello Stato e degli enti od istituti pubblici, particolarmente adatti per le donne, ai fini dell’assunzione e conservazione nei posti d’impiego civile di ruolo e in quelli relativi a personale non di ruolo e in quelli relativi a personale non di ruolo assunto con la qualifica di contrattista o di avventizio ai sensi del R. decreto-legge 4 febbraio 1937-XV, n. 100 :
servizi di dattilografia, telefonia, stenografia, operazioni di statistica e di calcolo eseguite con mezzi meccanici ;
servizi di raccolta e prima elaborazione di dati statistici ;
servizi di formazione e tenuta di schedari ;
servizi di lavorazione, stamperia, verifica, classificazione, contazione e controllo dei biglietti di Stato e di banca, dei vaglia e assegni bancari dell’Istituto di emissione e della carte destinata alle relative fabbricazioni ;
servizi di biblioteca e di segreteria dei Regi istituti medi di istruzione classica e magistrale ;
servizi delle addette a speciali lavorazioni presso la Regia zecca ;
servizi delle maestre alle lavorazioni e delle applicate alle scritture nell’Amministrazione dei monopoli di Stato.

Art. 4: Oltre agli impieghi relativi a servizi che per la loro natura non possono essere disimpegnati che da donne, sono riconosciuti particolarmente adatti per le donne, nelle aziende private, gli impieghi :
di dattilografe, stenografe, stenodattilografe e telefoniste ;
di annunciatrici addette alle stazioni radiofoniche ;
di cassiere (limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati, anche se l’impiegata disimpegni altre mansioni, purché siano prevalenti quelle di cassiera) ;
di addette alla vendita di articoli di abbigliamento femminile, articoli di abbigliamento infantile, articoli casalinghi, articoli di regalo, giocattoli, articoli di profumeria, generi dolciari, fiori, articoli sanitari e femminili, macchine da cucire ;
addette agli spacci rurali cooperativi dei prodotti dell’alimentazione, limitatamente alle aziende con meno di 10 impiagati ;
di addette alla preparazione di lavori artistici nelle aziende di vendita delle macchine da cucire ;
di addette alla distribuzione di materiale occorrente per le esecuzioni di lavori femminili nelle aziende di vendita ;
di addette alla vendita nei magazzini a prezzo unico ;
di sorveglianti negli allevamenti bacologici ed avicoli ;
di direttrici dei laboratori di moda ;
di addette alla prova di confezioni femminili nei laboratori di sartoria e di moda ;
di addette ai riscontri delle note di spedizione nelle aziende di distribuzione giornalistica a carattere nazionale.

REGIO DECRETO 29 giugno 1939- XVII – n. 898

Di emancipazione femminile e alleati inaspettati:

Come gli elettrodomestici hanno cambiato la storia delle donne

+ 2 notizie non verificate su donne e lavoro nel fascismo

Tutte le leggi elencate sopra sono state realmente promulgate, come dimostra l’apparizione dei decreti sul bollettino della Gazzetta Ufficiale, consultabili sul portale dello stato Normattiva, che contiene tutte le leggi dal 1861 a oggi, digitalizzate. Per leggere il testo originale basta quindi cliccare sui link che ho inserito sotto ogni citazione. Purtroppo, però, non sempre chi scrive articoli su internet va a controllare le fonti e così in mezzo a informazioni vere e verificate se ne trovano anche altre interpretate male, se non addirittura inventate.

È il caso di due presunte leggi fasciste emanate per limitare l’emancipazione femminile, nello specifico quella che avrebbe raddoppiato le tasse universitarie alle donne e quella che ne avrebbe dimezzato i salari. Nel primo caso la notizia viene riportata più volte senza mai citare la norma originale, mentre nel secondo caso spesso si fa riferimento a un decreto legge, che però non contiene nessuna legge che regoli i salari. Probabilmente si tratta di una cattiva interpretazione dei dati: i salari delle donne erano in generale più bassi di quelli degli uomini e alla fine degli anni Venti tutti i salari vennero tagliati per effetto della politica economica del regime.

Più difficile, invece, capire da dove arrivi la notizia delle tasse universitarie raddoppiate. Può darsi che qualche ateneo abbia deciso in autonomia una simile misura, ma a livello legislativo pare che lo stato fascista non abbia preso iniziative in quel senso. Questo non significa comunque che le donne fossero incoraggiate a proseguire gli studi: basti pensare allo slogan dei Gruppi fascisti universitari che cantavano «Noi non vogliamo donne all’università ma le vogliamo nude distese sul sofà».

Bisogna sempre controllare le fonti

Bisogna fare attenzione quando si condividono informazioni su internet, soprattutto quando riguardano temi delicati come i regimi dittatoriali. Se non si controllano bene le fonti si rischia di condividere notizie inesatte, o false, che offrono appigli a nostalgici e negazionisti per sostenere che il fascismo è vittima di una riscrittura della storia da parte dei vincitori. Non c’è affatto bisogno di diffondere notizie di norme non verificate per dimostrare che il regime di Mussolini ha calpestato le libertà individuali e distrutto lo stato di diritto: le leggi conservate negli archivi dello stato sono più che sufficienti a dimostrarlo.

Gli effetti delle politiche fasciste sull’emancipazione femminile

donne fascismo resistenza
Alcune delle 21 donne che parteciparono all'Assemblea Costituente

Sotto il fascismo donne e lavoro erano in contrasto. Che conseguenza hanno avuto le leggi che miravano a limitare l’emancipazione femminile? Hanno avuto effetto?

In parte sì. Dopo poco più di dieci anni che il fascismo era al potere Giovanni Gentile, il suo principale teorico, commentava soddisfatto che «La donna non desidera più i diritti per cui lottava» (1934). Le leggi e l’intero ordinamento fascista limitarono sempre più l’autonomia della donna e ne frenarono il percorso verso la parità.

Questo però fu solo rallentato, non fermato. Il primo appuntamento politico dopo la fine del regime vide protagoniste anche le donne, che per la prima volta nella storia d’Italia poterono votare. La Costituzione entrata in vigore due anni dopo, nel 1948, sancì una volta per tutte un principio fondamentale:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Costituzione, Articolo 3

Non basta parlare di ideali perché la realtà si adatti a loro. Lo sapevano bene i fascisti che per portare avanti la politica di erosione della libertà delle donne avevano costruito un sistema di leggi costrittive; ma lo sapevano anche i padri costituenti, che non per caso hanno inserito un secondo paragrafo dopo la dichiarazione della pari dignità di tutti i cittadini. Perché le donne potessero diventare davvero indipendenti era necessario eliminare gli ostacoli economici, partendo dal garantire il libero accesso al mondo del lavoro. «Lavoratori» diventa così sinonimo di «cittadini»: liberi e integrati nella società.

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Per approfondire donne e lavoro nel fascismo

Non sono molti i libri che approfondiscono la condizione della donna sotto il fascismo, soprattutto per quanto riguarda la loro posizione nel mondo del lavoro e dell’economia in generale. Un primo tentativo di studio sistematico si ha con «How Fascism Ruled Women: Italy, 1922-1945» della professoressa Victoria De Grazia, della Columbia University di New York (1992).

Per letture in italiano bisogna ripiegare su testi più generici. Un buon volume che smentisce le bufale sul fascismo, tra cui quella secondo le quale le donne avrebbero iniziato un percorso di emancipazione proprio grazie a Mussolini, è «Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo», di Francesco Filippi (2019), storico della mentalità specializzato nel periodo fascista.

Anche se di genere diverso, può essere interessante anche dare un’occhiata a «Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale» di Miriam Mafai (1987). Il saggio non si concentra sulle politiche del fascismo, ma indaga l’esperienza di vita quotidiana delle donne durante la guerra, momento fondamentale per la presa di coscienza collettiva che avrebbe portato alle successive riforme in campo sociale. Proprio la guerra permise infatti alle donne di accedere a un’intera gamma di professioni che le erano state fino a quel momento negate.

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4 commenti

  1. Molto interessante , proprio non molto tempo fa studiavo di come il fascismo cercò di tenere a bada anche la letteratura per ragazzi , che già nell’’800 aveva iniziato ad aprirsi in modo rivoluzionario alle bambine (e ad un nuovo modello di donna da offrir loro ). Insomma , già da piccole occorreva capire quale fosse il proprio ruolo nella società …

  2. Trovo molto interessante come, per certe ideologie del secolo XX, la “rigenerazione” della società da parte dello Stato o della Rivoluzione sembrassero passare attraverso il ritorno delle donne al loro ruolo essenzialmente riproduttivo e custode dei figli (maschi) che sarebbero diventati gli uomini di azione del nuovo ordine. Ricordo un famoso inno della sinistra radicale messicana degli anni ’70 (il titolo è di per sé molto suggestivo), la “Marcia delle madri latine”, di José de Molina:

    A parir, madres latinas,
    A parir más guerrilleros,
    Ellos sembrarán jardines
    Donde había basureros

    [Partorite, madri latine,
    Partorite più guerriglieri,
    Loro pianteranno giardini
    dove c’erano le discariche.]

    En la fábrica y la iglesia,
    En campos y universidad,
    la semilla del rebelde,
    ha empezado a germinar.

    [Nella fabbrica e nella chiesa,
    Nei campi e all’università,
    Il seme del ribelle,
    Ha iniziato a germinare.]

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