Scegliere con quale narratore e punto di vista raccontare una storia è una delle decisioni più importanti che deve affrontare uno scrittore, e i romanzi storici non fanno eccezione. Questi elementi determinano come la storia viene raccontata e percepita, influenzando profondamente l’immersione del lettore nel contesto storico. Un tipo di narratore sbagliato o una cattiva gestione dei punti di vista non solo rende confuso e noioso il romanzo, ma rischia di non fare nemmeno capire cosa stia succedendo e chi siano i protagonisti.

Vista l’importanza dell’argomento e la quantità di informazioni più o meno scorrette che si trovano su internet, ho creato una guida completa a tutte le tipologie di narratore e punto di vista che si possono trovare nei romanzi storici. Per ogni tecnica mostrerò caratteristiche, pregi e difetti, abbinandola a esempi tratti da romanzi storici.

Prima di pensare alla prospettiva da cui raccontarla, bisogna avere una storia:

Cosa bisogna sapere per scrivere una buona storia

guida ai tipi di narratore scrittura

Il narratore è la voce che racconta gli eventi. Non è l’autore, ma un espediente per condividere la storia con il lettore. A seconda del grado di conoscenza degli eventi e della sua partecipazione o meno a questi, il narratore si distingue in diverse tipologie.

Narratore esterno (eterodiegetico)

Per narratore esterno si intende una voce che osserva gli eventi dall’esterno, senza essere direttamente coinvolta. Per semplificare: il narratore esterno usa la terza persona singolare. Si tratta del tipo di narratore più usato nei romanzi storici.
A seconda di quanto conosce la storia, il narratore esterno si differenzia in narratore onnisciente e non onnisciente.

Narratore onnisciente

Il narratore onnisciente sa tutto: conosce il passato, gli eventi che avvengono nel presente, pensieri e emozioni di ogni personaggio, e può anche anticipare il futuro. È un narratore che fa sentire la sua voce, a volte anche palesandosi con commenti e riflessioni. L’esempio più famoso della letteratura italiana è quello di Manzoni nei Promessi Sposi.

Per una di quelle stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra; il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovano nel manoscritto, né a questo luogo né altrove.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi

Qui il narratore onnisciente è molto evidente. Nessun altro narratore potrebbe segnalare che non si trovano informazioni su don Abbondio, indicato esplicitamente come personaggio. Anche « tornava bel bello dalla passeggiata » ne tradisce l’onniscienza: è una considerazione sul personaggio fatta da un osservatore esterno.

Narratore non onnisciente

Il narratore che non è onnisciente conosce solo parte della storia: la sua conoscenza può essere limitata a quando ne sanno i personaggi, o persino meno di loro.

Conoscenza pari a quella dei personaggi

Nel caso in cui la conoscenza del narratore sia limitata a quella dei personaggi osserviamo la realtà attraverso i loro occhi, grazie a un punto di vista con focalizzazione interna (vedremo meglio dopo di cosa si tratta). È uno dei tipi di narratore più diffusi in letteratura.

Nel romanzo di Tracy Chevalier la protagonista Margaret nei primi anni dell’Ottocento fa amicizia con Mary, una giovane curiosa che dice di aver scoperto ossa gigantesche di creature vissute nel passato (si tratta di resti di dinosauro). Qui introduce l’amica e la descrizione che ne abbiamo è quella filtrata attraverso la personalità di Margaret.

Mary Anning parla con gli occhi. Me ne accorsi appena la conobbi, , quando era ancora bambina. Ha gli occhi bruni e lucenti, e lo sguardo del cacciatore, come se fosse sempre in cerca di qualcosa, perfino quando è per la strada o in casa, dove di solito c’è poco di interessante da scoprire. La fa apparire così vivace! Le mie sorelle dicono che anch’io ho l’abitudine di guardarmi sempre attorno, ma non lo intendono come un complimento.

Tracy Chevalier, Strane creature

Conoscenza minore di quella dei personaggi

In questo caso il narratore non solo non conosce tutta la storia, ma ne sa anche meno dei personaggi. Assomiglia a una telecamera che segue i personaggi, senza poter entrare nella loro testa e conoscere cosa li muove nel profondo. Si abbina a un punto di vista con focalizzazione esterna (vedi oltre). È un tipo di narratore complesso da gestire e piuttosto raro, tanto che nei romanzi storici non è usato.

Narratore interno (omodiegetico)

Il narratore interno è un personaggio della storia e racconta gli eventi in prima persona. In questo modo la narrazione risulta particolarmente coinvolgente, anche se l’uso della prima persona limita la conoscenza dei fatti e rende più complicato spiegare situazioni che richiedono un approfondimento, come spesso capita nei romanzi storici. Il protagonista infatti conosce il suo mondo e non ha certo bisogno di spiegare a se stesso ciò che già sa.

Un’ulteriore distinzione all’interno di questa tipologia di narratore viene fatta a seconda di chi è il personaggio che parla.

Il narratore è il protagonista (autodiegetico)

Quando è il protagonista a raccontare la sua storia di parla di narratore autodiegetico, cioè « che parla di sé ». Il narratore espone gli eventi nel momento in cui li vive, oppure li ricorda ripercorrendo la sua vita.

I fatti accadono mentre il protagonista racconta

Il protagonista scopre gli eventi insieme al lettore e sotto questo aspetto assomiglia al narratore non onnisciente con conoscenza della realtà limitata a quella dei personaggi. I fatti sono contemporanei alla narrazione anche quando viene impiegato un tempo verbale al passato: quello che conta è l’esperienza che viene fatta degli eventi.

Un esempio arriva dal romanzo su Artemisia Gentileschi, che inizia con la giovane pittrice diretta al tribunale dell’Inquisizione per validare la sua denuncia di stupro. Il tempo verbale è al passato, ma non ci sono anticipazioni su quello che accadrà, come potrebbe succedere se durante la vecchiaia il personaggio raccontasse la sua vita. Artemisia sta vivendo l’apprensione per il processo nel momento in cui la racconta.

Mio padre mi camminava accanto per darmi coraggio e con la mano sfiorava lieve i pizzi che ornavano le spalle del mio corpetto. La luce abbagliante, quasi allo zenit, infuocava già le pietre che pavimentavano la piazza. Sopra tor di Nona, l’ombra immobile del nodo scorsoio dell’Inquisizione, il tribunale papale, si proiettava in modo sinistro sul muro e il suo profilo pareva l’immagine di una lacrima.
« Un disagio di breve durata, Artemisia » disse mio padre, guardando diritto davanti a sé. « Non più di una piccola strizzatina.
Stava parlando della sibilla.

Susan Vreeland, La passione di Artemisia

I fatti sono accaduti prima

Può capitare invece che il protagonista riporti gli eventi una volta conclusi. L’espediente più classico è quello di un anziano che ripercorre la sua vita raccontandola a un altro personaggio, oppure mettendola per iscritto. In questo caso il protagonista conosce già quello che è successo e durante la narrazione può anticipare un evento o fare commenti. La sua è una conoscenza completa, che ricorda quella del narratore onnisciente.

Nel brano seguente l’azteco Tliléctic-Mixtli fa un resoconto della sua vita e della cultura del suo popolo al vescovo del Messico, incaricato dal re di Spagna di scrivere una storia degli aztechi.

Ma Tua Eccellenza desidera ascoltare che cosa io ero. Anche questo mi è stato spiegato. Tua Eccellenza desidera sapere che cosa il mio popolo, questa terra, le nostre esistenze erano negli anni trascorsi, nei covoni degli anni prima che piacesse al re di Tua Eccellenza e ai suoi portatori di croce, e portatori di balestre, di liberarci dalla schiavitù della barbarie. […]
Nel giorno al quale noi diamo il nome di Sette fiori, nel mese del Dio Ascendente, nell’anno del Tredicesimo Coniglio, il dio della pioggia Tlaloc stava parlando con la sua voce più forte, in un tonante temporale. […]
Nel pomeriggio di quel giorno, nel tumulo di quel temporale, in una piccola casa sull’isola di Xaltòcan, io uscii da mia madre e cominciai così a morire.

Gary Jennings, L’azteco

Il narratore non è il protagonista (allodiegetico)

Il narratore interno può anche un essere un personaggio secondario, che racconta la storia del protagonista. Si tratta di un narratore allodiegetico, cioè « che parla di altri ». Nei romanzi storici spesso l’altro è un personaggio famoso, come nell’esempio tratto dalla trilogia su Cicerone di Robert Harris. Qui il narratore è Tirone, segretario di Cicerone, che ormai vecchio scrive la storia del suo famoso padrone, e amico.

Mi chiamo Tirone. Per trentasei anni ho svolto l’incarico di segretario particolare di un uomo politico romano, Cicerone. Un lavoro, il mio, all’inizio entusiasmante, poi via via sorprendente, difficile e verso la fine terribilmente pericoloso. […]
Avevo ventiquattro anni quando entrai al suo servizio, e Cicerone ventisette. Ero uno schiavo della sua famiglia, venuto al mondo nella sua tenuta sulle colline vicino ad Arpino, e non avevo mai visto Roma. Lui era un giovane avvocato che soffriva di esaurimento nervoso ed era costretto a superare notevoli limiti naturali. Ben pochi avrebbero scommesso sul suo futuro.

Robert Harris, Imperium

Focalizzazione: cosa significa

focalizzazione punto di vista significato

Prima di passare ai punti di vista, e quindi alla prospettiva che può assumere la voce narrante, fermiamoci sulla focalizzazione, concetto utile a capire meglio le differenze all’interno dei vari punti di vista.

Focalizzazione è il termine usato dal critico letterario Gérard Genette per indicare in modo più chiaro la prospettiva assunta dal punto di vista. Genette individua tre tipi di focalizzazione a seconda della distanza da cui osservano gli eventi.

Focalizzazione zero

La focalizzazione zero è il punto di vista del narratore onnisciente. Il narratore sa tutto, quindi non osserva gli eventi da un’angolazione particolare. Possiamo dire che è il “punto di vista di Dio”. I romanzi storici sono stati a lungo caratterizzati da questo tipo di punto di vista perché il narratore onnisciente era quello tipico dei romanzi ottocenteschi.

La focalizzazione zero viene usata ancora oggi perché permette a chi scrive di fornire informazioni difficili da condividere se gli eventi fossero raccontati dal punto di vista di un personaggio del periodo.

Vediamo per esempio come Manzoni spiega il contesto economico e politico che porta alla carestia nel territorio di Milano nel 1628. Grazie al narratore onnisciente può interrompere la narrazione che seguiva Renzo per dedicarsi una digressione utile a mostrare il contesto storico e sostenere le idee dell’autore sul liberalismo.

Era quello il second’anno di raccolta scarsa. Nell’antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi

Focalizzazione esterna

La focalizzazione esterna è un punto di vista oggettivo, quello che registra gli eventi senza commenti e senza immedesimarsi nelle persone coinvolte. Al di fuori della letteratura è il tipo di narrazione imparziale tipica dei verbali o degli antichi annali che registravano gli eventi accaduti durante l’anno.

Il punto di vista con focalizzazione esterna pone il lettore nella stessa condizione di chi origlia una conversazione fra sconosciuti. Oggi è poco usata perché è molto più difficile coinvolgere chi legge con una narrazione distaccata, ma in mani esperte anche questa focalizzazione così complessa può riuscirci. È il caso di Verga, che osserva i suoi personaggi dall’esterno per offrire un punto di vista il più possibile oggettivo e vero.

Il brano che segue non è tratto da un romanzo storico, ma aiuta a comprendere meglio cosa come può essere narrata una (grande) storia attraverso la lente di una focalizzazione esterna.

Gli uomini erano all’osteria, e nella bottega di Pizzuto, o sotto la tettoia del beccaio, a veder piovere, col naso in aria. Sulla riva c’era soltanto padron ’Ntoni, per quel carico di lupini che vi aveva in mare colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta, e il figlio della Locca, il quale non aveva nulla da perdere lui, e in mare non ci aveva altro che suo fratello Menico, nella barca dei lupini. Padron Fortunato Cipolla, mentre gli facevano la barba, nella bottega di Pizzuto, diceva che non avrebbe dato due baiocchi di Bastianazzo e di Menico della Locca, colla Provvidenza e il carico dei lupini.
— Adesso tutti vogliono fare i negozianti, per arricchire! — diceva stringendosi nelle spalle; — e poi quando hanno perso la mula vanno cercando la cavezza.

Giovanni Verga, I Malavoglia

Verga non spiega che padron ’Ntoni è preoccupato per il figlio e il carico di lupini ancora in mare durante la tempesta, si limita a descriverlo sulla riva sotto la pioggia. Allo stesso modo mostra lo sprezzo di Padron Cipolla solo con una riga di dialogo e l’atteggiamento indifferente, senza dover entrare nella sua testa per conoscerne i pensieri più profondi.

Focalizzazione interna

La focalizzazione interna è soggettiva, perché assume il punto di vista di un personaggio. La narrazione può essere in prima o terza persona, ma la prospettiva è sempre parziale, limitata all’esperienza di un personaggio. Questo tipo di focalizzazione aiuta il lettore a immedesimarsi nei personaggi, perché lo immerge nei loro pensieri e nelle loro emozioni. Visto che gran parte delle informazioni non gli sono note, questo punto di vista funziona particolarmente bene per creare suspense.

Prendiamo questo brano, tratto da un romanzo storico ambientato ad Amsterdam nel Seicento. La protagonista, Nella, si è sposata con un uomo che conosce solo di vista e dopo il matrimonio lo ha raggiunto nella casa in città.

Nella si rigira verso la porta, ora socchiusa. Lo era già prima? Non saprebbe dire. La spinge, scrutando nel vuoto, investita dall’aria fresca che risale dal marmo. « Johannes Brandt? » chiede a voce alta, in preda a un leggero panico. Sarà un gioco? pensa. Non mi muoverò da qui, dovesse arrivare gennaio. Peebo, il parrocchetto, fa vibrare la punta delle piume contro le sbarre della gabbia e il suo flebile cinguettio si spegne sul marmo. Persino il canale alle loro spalle, ora diventato quieto, sembra trattenere il respiro.

Jessie Burton, Il miniaturista

Punto di vista: tipologie

Il punto di vista è la prospettiva con cui si narra la storia. Focalizzazione e punto di vista indicano la stessa cosa, ma con sfumature diverse. Per chiarire meglio gli strumenti a disposizione dello scrittore per raccontare una storia ho elencato tutte le possibili combinazioni di narratore e punto di vista, sempre facendo riferimento a romanzi storici (con due eccezioni).

Terza persona onnisciente

La terza persona onnisciente permette di condividere con il lettore tutte le informazioni utili a spiegare il contesto storico e gestire un gran numero di personaggi. In questo caso il punto di vista può passare da uno all’altro nella stessa scena (anche se per alcuni teorici qui non si tratterebbe di un vero punto di vista onnisciente).

Per esempio in questo brano tratto da un romanzo ambientato nell’antica Roma della McCullough il punto di vista si sposta da Servilia a suo figlio Bruto nello spazio di una manciata di righe, entrando così nella testa di entrambi nella stessa scena.

Sua madre lo stava già aspettando, e l’osservò con attenzione mentre le andava incontro. Sì, aveva proprio le spalle cadenti e la schiena curva. Eppure era stato un ragazzino così bello! […]
Il maestro li accompagnò fuori, nella stretta Via Palatina; Servilia si diresse verso il Foro e si avviò svelta, mentre il figlio affrettava il passo per starle dietro.
« Dove andiamo? » Le domandò ancora infastidito perché lei lo aveva strappato al suo compendio di Tucidide.
« Da Aurelia. »
Se la mente del ragazzo non fosse stata assillata dal problema di come sintetizzare in un solo periodo una miniera di informazioni – e se la giornata fosse stata meno afosa -, il suo cuore avrebbe dato un balzo di gioia; invece borbottò: « Oh, no! Non oggi, nei sobborghi! »

Colleen McCullough, Le donne di Cesare

Uno degli svantaggi della terza persona con focalizzazione zero è una narrazione distaccata, che non riesce mai davvero a far immedesimare nei personaggi chi legge. Di loro sappiamo tutto, ma non osservando la realtà con i loro occhi li percepiamo lontani. Questo è uno dei problemi più grandi che si trovano ad affrontare i romanzi storici, spesso scritti con un punto di vista onnisciente. I lettori faticano a provare forte empatia per i personaggi, situazione aggravata dalla difficoltà di comprendere il loro mondo, ed è alto il rischio che chiudano il libro, giudicandolo noioso.

In alcuni casi invece il punto di vista onnisciente può essere limitato ad alcuni capitoli o a singole scene, magari per trasmettere un’atmosfera particolare. Per esempio nella serie del commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni il narratore assume in genere un punto di vista soggettivo, calandosi profondamente all’interno dei personaggi, ma in certi momenti emerge un punto di vista onnisciente per descrivere l’ambiente. Napoli infatti è un personaggio importante tanto quanto gli altri ed è possibile darle voce solo così, senza essere filtrata e limitata dalla visione che ne hanno i suoi abitanti.

La primavera arrivò a Napoli il quattordici aprile millenovecentotrentuno, poco dopo le due del mattino.
Arrivò in ritardo e come al solito, con un colpo di vento nuovo dal sud, dopo un acquazzone. Se ne accorsero per primi i cani, nei cortili delle masserie del Vomero e nei vicoli vicino al porto; alzarono il muso e annusarono l’aria e, sospirando, si rimisero a dormire.
Il suo arrivò passò sotto silenzio, mentre la città si prendeva quel paio d’ore di riposo tra la notte fonda e il primo mattino. Non ci furono feste né rimpianti. La primavera non pretese accoglienze, non richiese applausi. Invase le strade e le piazze. E si fermò paziente fuori dalle porte e dalle finestre serrate, ad aspettare.

Maurizio De Giovanni, La condanna del sangue

Terza persona limitata oggettiva

La terza persona limitata oggettiva assume una focalizzazione esterna, cioè un punto di vista oggettivo. Non possiamo entrare nella testa dei personaggi e non sappiamo cosa pensano e cosa provano, se non attraverso quello che fanno o dicono. Possiamo solo osservare e cercare di indovinare il non detto attraverso gli indizi che gesti e tono della voce tradiscono.

L’esempio forse più puro di terza persona limitata oggettiva è il racconto di Hemingway citato qui sotto. Grazie anche alla brevità della storia, lo scrittore riesce a non scivolare nemmeno per un momento in un punto di vista che ci faccia sbirciare nella mente dei personaggi (come con una focalizzazione interna) o nella tentazione di offrire un contesto a una storia che inizia bruscamente con personaggi di cui non sappiamo nulla (come con la focalizzazione zero). Hemingway ci mostra un uomo e una ragazza che parlano seduti a un tavolino del bar e noi possiamo solo indovinare quale sia il motivo della tensione tra i due.

[…] L’americano e la ragazza che era con lui sedevano a un tavolo all’ombra, fuori dall’edificio.
Faceva molto caldo e il direttissimo da Barcellona doveva arrivare di lì a quaranta
minuti. Si fermava due minuti in quella stazione e proseguiva per Madrid.
«Cosa prendiamo?» chiese la ragazza. Si era tolta il cappello e lo aveva messo sul tavolo.
«Fa piuttosto caldo» disse l’uomo. «Beviamo una birra.»
«Dos cervezas» disse l’uomo verso la tenda.
«Grandi?» chiese una donna dalla soglia. «Sì. Due grandi.»
La donna portò due bicchieri di birra e due sottocoppe di feltro. Mise sul tavolo le
sottocoppe di feltro e i bicchieri di birra e guardò l’uomo e la ragazza. La ragazza
stava guardando verso la fila lontana di colline. Sotto il sole erano bianche, e i
campi erano bruni e riarsi.
“Sembrano elefanti bianchi» disse.
«Non ne ho mai visto uno» disse l’uomo bevendo la sua birra.
«No, non potresti averlo fatto.»
«Potrei sì» disse l’uomo. «Il semplice fatto che tu lo dica non prova nulla.» […]

Hemingway, Colline come elefanti bianchi

Prima persona limitata soggettiva

La prima persona limitata soggettiva fa accedere chi legge ai pensieri dei personaggi, ma non solo. La realtà è filtrata attraverso di loro, e non è detto che quello che ci mostrino sia sempre la verità.

Nei ultimi decenni sempre più romanzi storici usano la prima persona per abbattere la barriera fra lettori e personaggi. Quando l’autore è bravo anche le descrizioni si permeano nella personalità del personaggio, restituendo un mondo vivissimo, come nei romanzi di Lindsey Davis, ambientati al tempo dell’imperatore Vespasiano.

Prima ancora di arrivare in fondo al vicolo, i peli sottili all’interno delle narici avevano già iniziato a solleticarmi. Era maggio inoltrato e a Roma faceva caldo da una settimana. La luce vivida della primavera si era abbattuta sui tetti dei magazzini, facendo generosamente fermentare le muffe all’interno. Tutte le spezie orientali avrebbero sprigionato le loro essenze in modo incantevole mentre il cadavere che eravamo venuti a seppellire sarebbe stato animato dai gas e dagli altri effetti della decomposizione.

Lindsey Davis, Le miniere dell’imperatore

Terza persona limitata soggettiva

Simile alla prima persona limitata soggettiva è la terza persona limitata soggettiva. Dato che entrambe usano una focalizzazione interna, il punto di vista segue un personaggio e osserva il mondo come lo vede lui.

Questo punto di vista è molto efficace per i romanzi storici, perché se si assume un punto di vista variabile, cioè se più personaggi hanno un punto di vista dedicato e ci si sposta tra questi da un capitolo all’altro, chi scrive riesce a restituire un mondo complesso e sfaccettato.

Spesso, però, la terza persona limitata soggettiva si confonde col narratore onnisciente, soprattutto quando si tratta di autore inesperti. Quando si usa una terza persona con focalizzazione interna bisogna ricordarsi che non si possono rappresentare eventi a cui il personaggio dotato di punto di vista non assiste e che non si può saltare nella testa di un altro personaggio nelle stessa scena. La terza persona limitata soggettiva serve a entrare in profondità nel personaggio e questo è possibile solo se si mantiene salda la prospettiva di un singolo personaggio per l’intero capitolo (o, almeno, l’intera scena).

Vediamo come l’azione che avvia il romanzo è descritta in modo efficace da Harald Gibers. Nel romanzo il protagonista Oppenheimer è un ex detective ebreo, scampato alla deportazione grazie al matrimonio con un’ ”ariana” e coinvolto in un’indagine dalle SS. Qui Oppenheimer si sveglia bruscamente, trovandosi una SS in casa e pensando che per lui sia arrivata la fine.

Domenica 7 maggio 1944

Sono venuti a prendermi, fu la prima cosa che gli balenò in testa. Quando si rassegnò a quel pensiero ed ebbe chiare le conseguenze, Oppenheimer d’istinto si tirò la coperta addosso. Troppo tardi. Il visitatore indesiderato si trovava già nella stanza. A causa dell’obbligo di oscuramento, nel suo piccolo alloggio non entrava un solo raggio di luce. L’intruso non era altro che un’ombra in attesa, proprio di fronte al letto.

Harald Gilbers, 1944

Seconda persona

Per finire, il punto di vista più strano, e raro: la seconda persona, in cui il narratore si rivolge direttamente al lettore, dandogli del tu. Il motivo per cui così pochi romanzi lo scelgono è che è davvero difficile reggere un dialogo a senso unico col lettore per centinaia di pagine. È più facile che sia alternato con altri punti di vista più tradizionali, per far rifiatare chi legge.

Non ho trovato nessun romanzo storico narrato in seconda persona, per cui ho scelto come esempio uno dei capolavori di Italo Calvino. In questa narrazione a incastro il punto di vista in seconda persona si mescola a quelli dei libri che il Lettore inizia, senza mai riuscire a completare.

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte di inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; dì la c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: « No, non voglio la televisione accesa! » Alza la voce se non ti sentono: « Sto leggendo! Non voglio essere disturbato.»

Italo Calvino, Se una notte di inverno un viaggiatore

Narratore e punti di vista: riassunto

Abbiamo visto molti esempi tratti da romanzi storici, ognuno scelto per evidenziare caratteristiche particolari di ogni narratore e punto di vista. È possibile che a questo punto ci sia un po’ di confusione tra tutte queste indicazioni: vediamo allora tutte le combinazioni possibili tra narratori e punti di vista, abbinati ai romanzi dove sono presenti.

  • Narratore esterno con punto di vista onnisciente/focalizzazione zero: I promessi sposi, Le donne di Cesare.
  • Narratore esterno con terza persona limitata oggettiva/focalizzazione esterna: Colline come elefanti bianchi, I Malavoglia.
  • Narratore esterno con terza persona limitata soggettiva/focalizzazione interna: 1944, Il miniaturista.
  • Narratore interno autodiegetico con prima persona limitata soggettiva/focalizzazione interna: Le miniere dell’imperatore, La passione di Artemisia, L’azteco, Strane creature.
  • Narratore interno allodiegetico con prima persona limitata soggettiva/focalizzazione interna: Imperium.

Narratore, punti di vista ed eccezioni alla regola

Queste sono le regole base che qualunque aspirante scrittore deve conoscere per scrivere una storia leggibile. Il punto di vista è uno degli elementi più complessi da gestire, soprattutto agli inizi. Molti scrittori amatoriali decidono di non seguire le regole, o di non studiarle neanche, perché si sentono prigionieri di regole a tavolino inventate dagli insegnanti di scrittura creativa per vendere i loro corsi. Non è così. Come abbiamo visto narratori e punto di vista esistevano già nei romanzi di secoli fa, solo che non esisteva ancora una terminologia precisa come oggi.

Chi decide di fare di testa sua e inventare una soluzione personalizzata finisce per risultare confusa. Quasi sempre quella che ritiene essere libertà creativa non è altro che un punto di vista variabile con una terza persona che vorrebbe essere soggettiva, ma sconfina continuamente nell’onniscienza. Risultato? Decine di punti di vista, assegnati anche a personaggi inutili o comparse, narrazione frammentata e impossibilità per il lettore di provare empatia, e interesse, per nessuno di loro.

Esistono però anche delle eccezioni. Molti romanzi storici moderni usano la terza persona limitata soggettiva, abbinandola a un punto di vista onnisciente: eppure non è un errore, e a volte non potrebbero nemmeno farne a meno. Questo capita con i romanzi di argomento militare, quando durante le battaglie l’autore ha bisogno di passare a un punto di vista esterno e lontano per descrivere come si svolge il combattimento sull’intero campo di battaglia, senza essere limitato all’esperienza di un singolo personaggio.

Proprio perché il tema è così complesso, per maneggiare narratori e punti di vista ibridi bisogna essere molto esperti e, soprattutto, conoscerne bene le differenze, con pregi e difetti di ognuna delle opzioni a disposizione.

Come scegliere il punto di vista giusto per il proprio romanzo storico?

Quindi, quale narratore e quale punto di vista funziona meglio, in generale? E qual è consigliato per romanzi storici? Purtroppo non esiste una risposta semplice, perché tutto dipende dal tipo di storia e da quello che si vuole trasmettere. Se stai iniziando a scrivere un romanzo storico è però importantissimo prenderti del tempo per analizzare le opzioni e una volta decisa quella che ti sembra migliore mantenere lo stesso narratore e punto di vista fino alla fine. Se per caso ti accorgessi durante la scrittura che non funziona, dovresti riscrivere l’intero libro. Fidati, non vuoi fare questa esperienza.

Se vuoi partire subito col piede giusto e capire qual è il punto di vista migliore per la tua storia puoi richiedere una consulenza: analizzeremo insieme trama e personaggi e troveremo la prospettiva giusta per raccontarla nel modo che hai immaginato. Scrivimi per avere maggiori informazioni.

Bibliografia

  • Per una panoramica sui punti di vista e sulla loro evoluzione nella storia della letteratura consiglio Gianni Turchetta, Il punto di vista (1999), Laterza.
  • In Gérard Genette, Figure III. Discorso del racconto (1976), Einaudi si trova invece la teoria e la spiegazione dettagliata del concetto di focalizzazione.
  • Altri cenni su narratore e punti di vista, magari con esempi, si trovano nella maggior parte dei manuali di scrittura creativa, anche se è difficile trovare una trattazione completa. Non mi risulta ci sia nulla, poi, con un’attenzione specifica sui punti di vista nei romanzi storici.

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