« La scrittura non si insegna »: chi sta iniziando a scrivere avrà sentito almeno una volta questa frase, che suona come una sentenza inappellabile. O sai farlo grazie a un dono naturale, o non potrai mai scrivere.

È davvero così? No… e sì. In questa affermazione c’è una parte di verità, ma in genere viene fraintesa.

Esistono infatti due miti radicati nella nostra mentalità, che sembrano tracciare un baratro tra pochi eletti dotati naturalmente di talento e tutti gli altri. Il primo mito è che la scrittura non si insegna, perché la capacità di uno scrittore dipende unicamente dal talento; il secondo mito è che le grandi storie nascono solo grazie all’ispirazione, senza alcun bisogno di usare la fredda razionalità per progettarle.

La differenza fra talento letterario e talento narrativo

Questi due miti sono originati dalla confusione fra due elementi fondamentali per scrivere bene, che però hanno poco a che fare tra loro.

  • Tra gli aspiranti scrittori c’è chi ha un bello stile, fatto di frasi ben costruite, capacità di emozionare con le parole e messaggi profondi. Hanno grandi idee, però faticano a dar loro la forma di storie: iniziano a scrivere, poi gli eventi arrancano, i personaggi non sanno più cosa fare e arrivano a un punto morto. In questa categoria rientrano quasi tutte le persone che vogliono scrivere: il loro è un talento letterario.
  • C’è poi chi ha talento nel creare storie e ogni volta che parla lascia le persone a bocca aperta: che si tratti della descrizione di una gita al supermercato o di un lavandino intasato riescono a trasformare eventi banali in storie di cui si vuole assolutamente sapere come finiscano. Si tratta del talento narrativo. Questa capacità è tipica dei comici, per esempio. Non è detto, però, che queste persone riescano a scrivere grandi romanzi, perché oltre a narrare gli eventi in modo coinvolgente bisogna scavare più a fondo.

Chi sostiene che la scrittura non si insegna si riferisce solo al talento letterario (ma su questo punto ci torneremo ancora). Purtroppo, però, l’abilità con le parole non basta per scrivere grandi storie: bisogna sapere anche come raccontare queste storie. Se ci si basa solo sul linguaggio e le emozioni è poesia, non narrativa.
Su questo concetto insiste Robert McKee, sceneggiatore per il cinema e autore di « Story », uno dei migliori manuali di scrittura.

« Il talento letterario e quello narrativo non sono soltanto molto differenti, ma non hanno alcuna relazione tra loro. Le storie non hanno bisogno di essere scritte per essere raccontate. Le storie possono essere espresse in tutti i modi in cui gli esseri umani comunicano. »

Per scrivere una bella storia bisogna quindi saper usare le parole tanto quanto saper costruire una solida struttura narrativa. La cattiva notizia è che sono due competenze diverse, quindi chi scrive affronta doppia fatica e doppie difficoltà. La buona notizia è che a costruire storie si può imparare.

Perché bisogna sapere costruire una storia

imparare a costruire storie per scrivere bene

A molti fa orrore l’idea di imparare come costruire una storia. Una delle ragioni è che è difficile sradicare l’idea che basti il talento e l’ispirazione (cioè, il talento narrativo). L’altra è la paura di trasformare la propria opera in un prodotto « industriale », creato in serie e senza alcuna originalità, timore accentuato dalla diffidenza verso i più famosi autori di manuali di scrittura, che sono quasi tutti sceneggiatori statunitensi.

Capire come costruire una storia non significa imparare una ricetta più o meno segreta per creare un prodotto standardizzato. Significa invece comprendere gli elementi di base delle storie, quelli che permettono loro di reggersi in piedi e trasformare un’idea confusa in una vera e propria storia.

Non è una prigione, non è un’americanata e chi segue questi principi di base non è vittima del colonialismo culturale americano: è che le storie funzionano così, da Cappuccetto Rosso ad Anna Karenina.

Gli autori di grandi manuali di scrittura come Robert McKee o Syd Field non hanno inventato un nuovo metodo narrativo: hanno semplicemente schematizzato e reso comprensibile le regole che regolano le storie da quando l’uomo ha imparato a comunicare.

Il fatto che siano per la stragrande maggioranza americani dipende dal fatto che la loro lucida analisi nasce all’interno del mondo del cinema, dove creare una storia solida è ancora più importante che nella letteratura, dove ci si può nascondere dietro a belle parole. E dal fatto che queste persone abbiano spesso una mentalità molto pratica, che rende fruibili ragionamenti teorici sotto forma di manuali con spiegazioni dettagliate (a volte fin troppo, ma questo è un altro discorso).

Voler scrivere una storia che non abbia un personaggio che vuole qualcosa e che sia ostacolato nel raggiungere il suo obiettivo, trovandosi costretto ad affrontare un cambiamento, è come voler costruire una casa senza le fondamenta. Iniziando dal soffitto. Perché noi siamo originali. E quando la costruzione collassa non ammettiamo che magari avremmo dovuto ascoltare il capo cantiere, ma diamo la colpa al sistema e ai committenti dei lavori che non sono pronti per il nostro genio.

Anche i geni letterari seguono le regole della narrativa

Eppure, anche quando si comprende la differenza tra « scrivere bene » e « raccontare storie », resiste ancora l’idea dell’ispirazione che scende su pochi eletti, che non hanno bisogno di sottostare a regole da due soldi. Ragioniamo allora su esempi reali, servendoci dei capolavori della letteratura.

Riusciamo a immaginarci Omero che prende appunti durante un corso di scrittura creativa? Fa ridere, ovviamente. Ma questo non significa che nelle sue opere manchino gli elementi caratteristici di una storia. L’“Odissea” non presenta forse un personaggio che vuole qualcosa (tornare a casa), ma incontra degli ostacoli (tutte le disgrazie causate da Poseidone)? Ci sono poi un antagonista ben definito (Poseidone), degli aiutanti (vari a seconda dei momenti), e così via. Nelle opere molto antiche c’è meno scavo psicologico rispetto a quelle moderne, ma davvero non è presente il conflitto interiore, pilastro della narrazione?

imparare a scrivere storie

Prendiamo l’“Eneide”. Enea ha un obiettivo (fondare Roma), incontra degli ostacoli (grazie a Giunone). Non solo: Enea ha un desiderio profondo, trovare la pace, che però si scontra con il suo obiettivo. Il conflitto interiore emerge potentemente quando incontra Didone: vorrebbe stare con lei e basta, soddisfacendo il suo desiderio personale, ma ha una missione, che lo spinge ad andare via. Alla fine a convincerlo a lasciare Didone è la credenza che lo guida durante tutto il poema: i desideri individuali sono meno importanti del bene comune. Questo è anche il tema della storia, che continua a generare conflitto e disperazione per 12 libri. Solo perché Enea non esprime a parole il suo conflitto e non mostra in modo evidente la sua sofferenza non vuol dire che non ci sia (anche se reprime tanto i suoi sentimenti da portare molti lettori a pensare che sia solo un insensibile senza volontà né desideri).

È vero che il momento di massimo conflitto interiore è nel IV libro: a un terzo della storia Enea tocca già l’apice del dilemma interiore (scegliere la sua felicità o il dovere). Nella struttura narrativa classica questo momento si trova verso la fine: così è molto più semplice da gestire ed è quindi l’opzione consigliata.

Dopo che avrete scritto migliaia di pagine e il mondo sarà così stupefatto dalla vostra bravura che vi affideranno la creazione del poema che deve dare il fondamento ideologico e morale di una civiltà, come un Virgilio 2.0, potrete fare quello che vi pare, tanto saprete che funzionerà lo stesso. Mentre aspettate di raggiungere l’Olimpo della letteratura mondiale, imparate le basi.

Esistono storie che non seguono le regole?

Eppure, per quanto rari, non tutti i libri seguono le regole della narrazione. Non nel senso che l’ordine degli eventi è rimescolato e un climax può avvenire all’inizio di una storia anziché alla fine. A volte esistono storie che… non sono storie, perché i personaggi non sanno cosa vogliono, non fanno nulla per raggiungere uno scopo (perché non ne hanno uno) e girano in tondo senza pace per centinaia di pagine. È il Novecento a produrre storie in cui nessuno sa cosa vuole perché niente sembra avere più senso, come nel caso de « L’insostenibile leggerezza dell’essere » di Milan Kundera.

Tuttavia, siamo sinceri. Quando non vogliamo seguire struttura classica affidandoci a un personaggio che desidera qualcosa e, con grande fatica, lotta per ottenerlo, lo facciamo perché siamo grandi romanzieri come Kundera, che per motivi profondi sente di dover usare una strada alternativa e di difficile comprensione, o semplicemente non sappiamo come costruire una storia?

E non è proprio questa ignoranza della teoria narrativa che ci porta a pensare che se usiamo elementi così basilari che si trovano dall’epopea di Gilgamesh in avanti perché fanno parte della natura umana temiamo di essere in gabbia? Proviamo a essere sinceri e ammettere: nella mia storia non succede niente perché non conosco gli elementi che definiscono le storie.

Cosa serve per scrivere (storie)

Cosa significa davvero « la scrittura non si insegna »

non si insegna a scrivere

Per scrivere bisogna avere un’idea. E, ancora meglio, un bisogno. Nessuno ci dice cosa scrivere. Nessuno ci dice perché. Come sì, si può imparare. Nessuno, però, vi darà il fuoco che brucia, che vi tiene svegli la notte e provoca un dolore fisico se non si mettono su carta parole e pensieri. Questo non si può insegnare. Anche perché mai dovreste scrivere, se non ne sentite il bisogno? Non riceverete nessun premio, non sarete ammirati, né guadagnerete soldi a palate. È arte e come tale risponde a un bisogno interiore. Scrivete se sentite di doverlo fare.

E il modo in cui usate le parole, lo stile, quello è vostro, è parte del talento letterario e difficilmente si insegna. Si può sempre migliorare e persino i grandi hanno imparato e sono migliorati col tempo. Però è vero che nessuno vi insegnerà come filtrare la realtà attraverso i vostri pensieri e le vostre emozioni.

Conoscere la teoria della narrazione serve a raccontare una storia…

Il talento letterario fornisce lo stimolo a scrivere. Poi bisogna costruirci qualcosa attorno e per farlo bisogna capire come funzionano le storie. In qualsiasi altra arte è prevista una parte di apprendimento: persino Michelangelo e Leonardo sono andati a bottega. Persino Beethoven ha imparato le regole dell’armonia musicale prima di comporre le sue Sinfonie. Invece gli scrittori no, dovrebbero riuscire a scrivere grandi storie senza sapere nulla di narrativa.

Perché la scrittura funzioni al meglio è utile analizzare e dare un nome agli elementi che compongono le storie. È un approccio figlio della mentalità razionale occidentale che ha bisogno di catalogare e sviscerare tutto, va bene, e allora? Che male c’è, se ci aiuta a capire dove si trovano gli errori e i difetti che fanno traballare una storia partita da un’idea promettente? Perché quando accade di solito non è l’idea a essere sbagliata. È un’idea per una storia, come fa a essere giusta o sbagliata? Quello che non funziona è quasi sempre qualche elemento narrativo e più è basilare, peggio risulterà la storia: se un personaggio non desidera nulla non sapete nemmeno voi dove state andando.

…e sistemare i problemi

Sicuramente c’è chi ha più talento. Persone molto fortunate saranno baciate sia dal talento letterario che da quello narrativo e magari replicheranno istintivamente alcuni meccanismi alla base delle storie. Chi legge molto, poi, è avvantaggiato perché avrà assorbito senza accorgersene altre regole di base. Magari si avverte che qualcosa funziona, ma non si ha la minima idea del motivo.

In ogni caso, bisogna imparare la teoria, perché anche le persone più talentose prima o poi incontreranno qualche problema durante la scrittura. E, puntualmente, non si capisce come risolverlo perché non si capisce quale sia il vero problema.

Chi conosce le basi della narrativa è come un medico che analizzando i sintomi della malattia impara a fare diagnosi. Il bello è che non si limita a dare una pacca sulla spalla dicendo “Ok, ora so cosa non va: ma non si può fare niente. Su con la vita.”: suggerisce anche una cura!

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Non è sempre semplice individuare le cause del male e suggerire terapie adatte: per questo esistono i medici della scrittura, gli editor. E come si fa prevenzione per restare in salute, così coinvolgere un editor per un check-up finale del manoscritto è un’ottima pratica. Comunque, anche quando ci si rivolge a editor, sarebbe utile avere un’infarinatura di narrativa. Anche perché se davvero non avete idea di come costruire una storia, è probabile che non ne abbiate nemmeno una da proporre a un professionista perché la revisioni.

Prima di scrivere, imparate a costruire una storia. Rivolgetevi a un professionista, se non siete sicuri sulla strada da prendere. Non solo non c’è niente di male, ma vi dimostrerete lungimiranti perché eviterete di perdere ore, mesi o anni di tempo, col rischio di abbandonare un progetto a cui tenete molto. Imparate le regole della narrative come volete, ma fatelo.

Come dice Robert McKee, ricordate che:

« Solo usando tutto ciò che sapete sul mestiere di raccontare storie potrete fare sì che il vostro talento forgi una storia. Infatti il talento senza mestiere è come il carburante senza motore. Brucia molto ma non combina niente. »

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