Il linguaggio ha un potere enorme perché attraverso le parole riesce a imporre idee e modi di pensare che si possono trasformare in modelli di comportamento. Non è un caso che i regimi dittatoriali tengano la lingua sotto stretta sorveglianza, attraverso la censura e la diffusione di particolari stili linguistici. La lingua nazista è un chiaro esempio di come l’ideologia possa modificare i pensieri e la visione del mondo di un popolo. Prima del 1933 parole e espressioni della lingua nazista circolavano perlopiù negli ambienti di estrema destra, ma dopo la presa del potere di Hitler si diffuse a tutta la popolazione che inconsapevolmente adottò il linguaggio del regime. E insieme a questo la sua ideologia.

lingua nazista
Il rogo dei libro del 10 maggio 1933 nella Opernplatz a Berlino. Credits: United States Holocaust Memorial Museum, courtesy of National Archives and Records Administration, College Park

Quando un regime mette le mani sul linguaggio verrebbe da pensare che si crei una lingua completamente nuova, con neologismi e una sovrabbondanza di parole che colpiscano e stordiscano l’ascoltatore. Non è proprio così. La caratteristica fondamentale della lingua nazista è infatti la sua povertà. Poche parole ripetute in modo ossessivo e pochi contenuti. Osservare come il nazismo abbia semplificato al massimo la lingua è scioccante soprattutto per chi conosce almeno un po’ il tedesco. Questa è infatti una lingua molto complessa e dalle potenzialità espressive potenzialmente infinite. Attraverso le parole composte si possono dare voce a sfumature sempre diverse e esprimere concetti molto elaborati. Basta pensare all’universo che è racchiuso in parole come Sensucht o fernweh: Sensucht indica una nostalgia molto forte di un posto o di una persona, ma può anche essere nostalgia di qualcosa che non è ancora successo. Fernweh invece è il «desiderio di terre lontane», venato di sofferenza per qualcosa che non si può avere; weh significa infatti “che fa male”.

Ma è proprio questo che il nazismo combatte: le sfumature. Nel mondo nazista non c’è spazio per il dubbio, l’ambiguità, la complessità. Tutto deve essere chiaro, semplice, inequivocabile. Come riesce a ottenere un risultato del genere la lingua nazista? Attraverso l’imposizione di un unico stile, un unico registro linguistico. Dal professore universitario all’analfabeta, tutti usano le stesse parole, sempre uguali, senza possibilità di sperimentare uno stile personale. La lingua è spaventosamente uniformata e nemmeno nei prodotti creativi come i romanzi si riesce più a distinguere la personalità dello scrittore.

«Tu non sei nulla, il tuo popolo è tutto», recitava uno degli slogan nazisti più famosi. Così avviene anche per la lingua nazista: sradicata l’individualità, le persone si confondono in un’unica massa indistinta senza pensiero né volontà. Questo è lo scopo della lingua del regime.

Esaltazione religiosa nella lingua nazista

discorsi di hitler
Un fotogramma del "Trionfo della volontà" di Leni Riefenstahl (1935) che mostra bene l'enfasi sempre presente nei discorsi di Hitler.

Per privare un popolo della capacità di ragionamento ripetere le stesse espressioni e uniformare lo stile non basta. Bisogna annientare il dubbio critico e la razionalità: e cosa lo fa meglio dell’esaltazione? Anzi, del fanatismo che sfocia in una vera fede religiosa.

Un errore che può capitare di fare quando si studia il nazismo è cercare di razionalizzare troppo. Nell’ideologia nazista è infatti presente una grossa componente mistico-religiosa di cui è importante tenere conto. Il nazismo si pone come sostituito del cristianesimo e adotta lessico e rituali tipici di una religione; attinge in particolare alla tradizione cattolica, come appare evidente dalle parole che esprimono fedeltà assoluta verso il Führer e la causa nazista. Nei discorsi di Hitler e dei gerarchi compaiono termini come martirio, crociata, guerra santa, Provvidenza, fede. Di Provvidenza parla soprattutto Hitler, che già nel “Mein Kampf” si sentiva investito di una missione provvidenziale per salvare la Germania dalla degenerazione razziale in cui secondo lui stava sprofondando.

Sono soprattutto due le parole caratteristiche della lingua e dell’ideologia nazista di cui fatichiamo a accettare il senso letterale. Sono fede e fanatico, spessissimo unite in una sola espressione, fede fanatica. In tutte le lingue fanatico porta con sé un significato negativo, perché è la negazione della ragione e l’adesione folle a una causa o a una fede religiosa. La sua caratteristica fondamentale è il rifiuto della razionalità e del pensiero, è la mente ottenebrata dall’odio che si dedica totalmente al suo scopo, senza curarsi del male che fa agli altri, o anzi andandone persino fiero quando si tratta di nemici. Per il nazismo questo è il giusto atteggiamento che deve avere ogni tedesco. Fanatico assume un significato positivo e si diffonde così tanto tra la popolazione da essere usato in qualsiasi ambito; per esempio un grande amante degli animali diventa un “fanatico amante degli animali”. Insieme all’accoglienza del termine piano piano diventa accettabile anche l’idea che vi sta dietro, per cui si arriva al punto di essere orgogliosi di rinunciare alla ragione in favore di una fede cieca.

Fede è la parola che ci fa capire in modo inequivocabile che non possiamo separare la componente religiosa dal nazismo. Non si tratta solo di propaganda: quella che si crea attorno a Hitler è una vera religione e lui stesso si presenta come un nuovo Messia. La fede nel Führer rimane così radicata nei tedeschi che anche quando ormai gli Alleati invadono la Germania molti continuano a credere in lui, alla possibilità di una svolta, perché fino alla fine Hitler sostenne che avrebbe ribaltato la situazione. Si trattava davvero di fede fanatica, perché anche di fronte all’evidenza il popolo non riusciva a smettere di credere nell’uomo che si era proclamato come loro salvatore.

Esaltazione e esagerazione

All’esaltazione religiosa si accompagna l’esagerazione. La lingua nazista abbonda di superlativi e espressioni roboanti come eterno, totale, unico. Le perdite nemiche sono innumerevoli, le battaglie storiche. Numeri e dati concreti non hanno più importanza, perché rimandano alla sfera razionale, non a quella emotiva e chi ha una fede cieca non ha bisogno di prove per credere. In effetti in guerra i numeri quando compaiono sono così gonfiati che perdono di significato e allora diventano intercambiabili con innumerevoli. L’abbondanza di superlativi si ritrova anche nella lingua fascista; basti pensare alle leggi fascistissime del 1926 che diedero il via alla trasformazione del Regno d’Italia in un regime totalitario.

Un vocabolario razziale per isolare il nemico

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La stella di David obbligatoria per tutti gli ebrei. Credits: United States Holocaust Memorial Museum Collection, Gift of Hana Rehakova

Abbiamo visto come tutta la lingua nazista sia permeata da un senso di religiosità che serve a riunire tutto il popolo in un’entità il più possibile uniforme e intontita in vista della missione storica del nazismo. Qual è questa missione? Salvare la Germania dalla rovina e dalla distruzione verso la quale la stanno spingendo i suoi nemici storici. Gli ebrei.

Vista l’importanza della tematica razziale nell’ideologia nazista, anche la lingua non può che destinare una grande parte del suo vocabolario a trattare questo argomento. Fin dai primissimi giorni dopo l’insediamento di Hitler come cancelliere la lingua nazista si impegna a segregare gli ebrei da tutto ciò che è tedesco. I nemici sono i Weltjuden, gli ebrei mondiali. E gradualmente passano a essere definiti così anche gli ebrei tedeschi, a cui col tempo viene proibito tutto ciò che è tedesco. Non possono leggere libri tedeschi, non possono rivolgersi a medici o avvocati tedeschi, non possono comprare in negozi tedeschi. Soprattutto, non possono definirsi tedeschi. Perché gli ebrei sono altro, sono estranei alla razza (artfremd), sono individui senza radici né patria, sparpagliati per il mondo come indica il sostantivo Welt (mondo) nel composto ebrei mondiali.

Agli ebrei sono inoltre destinate alcune espressioni eufemistiche che servono a nascondere le violenze e le ingiustizie a cui sono sottoposti. Così chi viene deportato in realtà è prelevato, chi è ucciso nelle camere a gas muore per insufficienza cardiaca. Quando ha a che fare con gli ebrei la lingua nazista quasi si sdoppia perché usa termini diversi a seconda che si riferisca a membri del Volk tedesco o agli ebrei. Addirittura cambiano i nomi delle professioni, perché un medico ebreo non ha la dignità di uno non ebreo e diventa così un curatore di malati. Tutto serve a mostrare la diversità degli ebrei perché deve diventare una verità assoluta, una verità di fede, l’idea che gli ebrei siano un corpo del tutto estraneo al popolo tedesco, al quale si sono aggrappati come parassiti. Per il nazismo i tedeschi sono un Volk, che vuol dire sì popolo, ma si colora di accezioni religiose. Il Volk è una comunità fondata sul sangue e radicata da secoli nel suolo della Germania. L’integrazione è impossibile perché per essere membri del Volk bisogna condividere l’appartenenza alla razza. Per questo motivo i tedeschi di religione ebraica, integrati, profondamente patriottici, persino quelli battezzati sono elementi estranei da espellere.

Durante la seconda guerra mondiale il nazismo concentrerà poi tutto il suo odio razziale contro ebrei e slavi dell’Europa orientale. Anche gli slavi occupano un posto particolare nel vocabolario nazista per il quale sono Untermenschen, “subumani”. Sono contrapposti all’Übermensch, il “superuomo” teorizzato da Nietzsche e incarnato dall’uomo nordico, massima espressione della razza secondo il credo nazista.

La lingua dei Lager

Per quanto considerati umani a metà, gli slavi si trovano comunque su un gradino più alto nella piramide razziale rispetto agli ebrei. Durante la guerra dalla lingua nazista si origina una variante, la lingua dei Lager. Si tratta di quella parlata all’interno dei campi di concentramento, dove non serve più parlare di sentimento, fede e fanatismo, perché quelle sono parole riservate al Volk. Nel Lager dominano gli ordini e le prime parole che imparano i deportati non tedeschi sono schnell (veloce), raus (fuori), Kapo. L’unica lingua ammessa è il tedesco e i prigionieri devono sbrigarsi a imparare il suono che ha il numero identificativo impresso sulla loro pelle perché da quando varcano l’ingresso del campo quello è il loro nome. I numeri in tedesco sono difficili e Primo Levi ricorda l’affanno per ricordarsi il numero lunghissimo che gli era toccato: 174 517, ossia hundertvierundsiebzigtausendfünfhundertsiebzehn. Con l’imposizione del numero si completa la disumanizzazione degli ebrei: isolati, privati della loro patria, ora sono solo numeri, anzi pezzi (Stücke), come venivano definiti i prigionieri.

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Ripulire il tedesco dalla lingua nazista

La lingua nazista entrò profondamente nella coscienza dei tedeschi e dopo la guerra la denazificazione si occupò anche di quello. Se parole come subumano furono facili da eliminare dall’uso corrente, per altre, molte, non fu così semplice. Nella sua povertà la lingua nazista non aveva inventato parole nuove, ma deformato quelle già esistenti e cancellare la lingua nazista con un colpo di spugna avrebbe significato cancellare lo stesso tedesco. Col tempo le parole ripresero il loro senso originario e lo stile enfatico e fanatico degli anni del regime venne abbandonato in favore di uno più misurato.

Tuttavia, nonostante siano passati ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale e la lingua nazista ormai trovi posto solo nei libri di storia, il tedesco continua a trascinarsi dietro l’ombra inquietante del suo passato. A ogni Schnell!, a ogni parola urlata in tedesco un brivido corre sulla schiena di chi ascolta. E poco importa se a gridare arrabbiata sia stata una mamma che sgrida il bambino perché ha fatto cadere il gelato in spiaggia: associamo il tedesco urlato a quello delle SS nei campi di concentramento nei film sul nazismo e ci vorrà ancora parecchio tempo prima che il tedesco si possa liberare da questo paragone ingombrante.

Per approfondire

Nella “LTI. Lingua Tertii Imperii” (1947) il filologo Victor Klemperer unisce all’analisi della lingua nazista il racconto della sua drammatica esperienza personale. Docente di filologia romanza all’Università di Dresda fu costretto a abbandonare la cattedra nel 1935 a causa delle sue origini ebraiche. Riuscì a scampare la deportazione grazie alla moglie Eva che non era ebrea.

Del nazismo come religione hanno scritto in tanti, ma uno dei testi più illuminanti rimane “La nazionalizzazione delle masse” di Georg Mosse (1974).

Oltre ai vari testi specialisti, un esempio di lingua dei Lager si può trovare in “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

lingua nazista

2 commenti

  1. Grazie Chiara per questo bellissimo articolo!!! Lo usero’ sicuramente a scuola, laddove la poverta’ lessicale dei ragazzi e’ preoccupante segnale di poverta’ di pensiero. E che sia sempre monito nel nostro presente, per identificare demagoghi e mistificatori che purtroppo non mancano sulla scena politica…

    • Fiammetta, mi fa enormemente piacere che affronterai questo discorso a scuola! È il luogo migliore dove parlarne e dove provare a fare riflettere sul peso che hanno le parole. Anche sui social è facile che siano usate con troppa leggerezza e è importante che prima di scrivere un commento o ricondividere un post ci si fermi a pensare un attimo.

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