Una civiltà si capisce anche attraverso la sua lingua. Per quanto riguarda Roma fondamentali sono le parole che definiscono le virtù del mos maiorum, il sistema di valori che guidava il cittadino, in particolare in epoca repubblicana. A virtus, fidesgravitas dedicherò un articolo a parte: questa volta per raccontare la mentalità dei romani userò altre parole latine, che spaziano dalla politica ai rapporti di amicizia.

parole latine epigrafe

Prima di iniziare a elencare le parole latine più significative, è bene fare un rapido confronto con il greco.

Il latino ha una straordinaria capacità di sintesi. Grazie a questa riesce a creare frasi lapidarie, che rimangono impresse come fossero slogan. La precisione chirurgica con cui riesce a esprimere un concetto in poche parole, però, non coinvolge il lessico. Le parole latine spesso abbracciano più significati, anche piuttosto diversi fra loro, e sono meno specifiche delle parole greche. Basta aprire un dizionario di latino per verificarlo.

Nel latino, poi, può capitare che le parole cambino significato dal singolare al plurale; per esempio, il singolare copia vuol dire «abbondanza», mentre il plurale copiae significa «truppe». Succede anche che la stessa parola indichi cose opposte, racchiudendo al suo interno sia un significato positivo, sia negativo. In questo caso si parla di vox media. È il caso di fortuna, come vedremo dopo, ma anche di monstrum, «evento prodigioso», che può essere una disgrazia come un fenomeno degno di ammirazione.

Per un confronto con l’antica Grecia:

7 parole che raccontano la civiltà greca

Il latino: lingua rigida o flessibile?

Il latino è quindi una lingua ricca di parole dai molteplici significati che variano in base al contesto. Solo il contesto può aiutare a scegliere la giusta sfumatura in una frase; e proprio questo è uno dei problemi più grandi che affrontano gli studenti durante le traduzioni.

I romani non sentivano l’esigenza di avere parole precise per tutto e si limitarono a creare un vocabolario dettagliato solo per alcuni settori: l’agricoltura, la guerra e il diritto. Questo già la dice lunga sulla cultura e la società latina, in cui era centrale il modello del contadino-soldato e dove l’uomo trovava il suo senso solo se prendeva parte alla vita pubblica della comunità, in pace (come cittadino impegnato nei comizi e nei tribunali) e in guerra (come soldato).

In tutti gli altri casi era sufficiente che le parole fossero abbastanza generiche da poter comprendere più significati, scelti di volta in volta in base alla situazione. Il latino aveva bisogno di parole versatili e questo è un altro aspetto che mostra molto bene la mentalità di chi lo parlava. Uno dei punti di forza dei romani era proprio la flessibilità: come riuscirono ad adattare le istituzioni agli eventi che affrontarono nella loro storia e a integrare popoli e culture diverse, così anche le parole si sapevano adattare.

5 parole latine per capire l’antica Roma

Res publica

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Res publica sembra avere una traduzione ovvia: «repubblica». In realtà, questa parola latina ha un significato un po’ diverso. Prendiamo le due parole separatamente: res significa “cosa” e publica è la forma femminile dell’aggettivo publicus, che significa “pubblico”. La res publica è quindi la “cosa pubblica”. Res significa genericamente “cosa”, ma anche “bene” o “proprietà”, “affare”, “argomento” ecc.

Res publica diventa quindi l’insieme dei beni pubblici, le proprietà dello stato, gli affari pubblici, il governo, l’amministrazione, lo stato stesso. Res publica non indica solo l’ordinamento repubblicano, cioè la forma di governo opposta alla monarchia. Dentro questa parola c’è l’idea dello stato come affare che riguarda tutti i cittadini; ci sono i diritti, ma anche i doveri che toccano chi vive in una repubblica; c’è l’idea del bene pubblico, della collettività, dell’impegno civile.

Res novae

La traduzione letterale di res novae è «cose nuove». A noi potrebbe sembrare una bella parola; per i romani, invece, indicava qualcosa di terribile: la rivoluzione. Forse quello che i romani temevano di più in assoluto.

Cosa significa temere le novità? Verrebbe da immaginare Roma come una comunità chiusa, ostile a ogni innovazione, dove è impossibile integrare individui provenienti dall’esterno. Questa però è la descrizione di Sparta, non di Roma. Ciò che ha consentito a Roma di diventare il più grande impero dell’antichità è stata l’abilità con cui ha intessuto rapporti con gli altri popoli, integrandone l’élite e assorbendo man mano la popolazione al suo interno.

Qui sta uno dei segreti di Roma: i romani avevano paura delle novità, ma sapevano anche che erano inevitabili. Quindi anziché chiudere gli occhi, o innalzare muri tutto attorno a loro (muri che prima o poi sarebbero crollati), affrontavano il problema direttamente. In poche parole, i romani erano capaci di gestire il cambiamento.

Il rito orientale dei Baccanali rischiava di creare disordini? Non correvano a vietarlo: il senato lo regolava invece con una legge apposita. Un ambizioso principe straniero era una minaccia? Gli si offriva la cittadinanza romana per farlo diventare parte del sistema contro cui avrebbe potuto combattere. A Roma affluivano troppi ex contadini rovinati dalle guerre, potenziale scintilla per una rivolta? Si procedeva a distribuire gratuitamente il pane per evitare di far morire di fame i poveri.

I romani non amavano i cambiamenti, anzi, li detestavano proprio. Se avessero potuto, avrebbero vissuto sempre come al tempo di Bruto e Collatino, al momento della nascita della repubblica. Tuttavia, visto che il mondo andava avanti, trovarono il modo di integrare il nuovo portando con sé il vecchio. Erano riformatori riluttanti; eppure, straordinariamente abili. Questo permise loro di disinnescare quasi sempre i pericoli che si celavano nelle crisi sociali. Evitarono la minaccia delle res novae, una rivoluzione che spazzava via il passato e che, oltre a scardinare le basi della società, portava con sé la violenza.

Verso la fine della repubblica, però, troppe cose stavano cambiando e il senato non riuscì più a governare il cambiamento; emblematico è l’esempio dei Gracchi, che lottarono per migliorare le condizioni di vita dei piccoli proprietari terrieri e che vennero uccisi dalla stessa classe dirigente a cui appartenevano. La violenza finì per dilagare nello stato sul punto di collassare: il regime politico non era più adatto a gestire quella res publica diventata un impero. Bisognava modificare lo stato: ma come cambiare tutto, dando l’impressione di tornare invece alla tradizione e al passato? Ci voleva un genio politico: ci voleva Augusto. Con la creazione del principato il governo passò nelle mani di uomo solo, anche se ricalcando forme antiche e mantenendo, dove possibile, la tradizione. Rivoluzionario? Assolutamente no: Augusto era un restauratore. Almeno a parole.

Urbs

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Urbs significa «città», ma si porta dietro tutto un mondo. Innanzitutto, c’è urbs e Urbs: una indica una città, l’altra indica LA città. Roma. Leggendo le fonti latine si potrebbe restare sorpresi di notare quanto raramente appaia la parola «Roma». Nella repubblica Roma veniva indicata perlopiù come Urbs, termine che ricorre anche nel sistema di calcolo degli anni: si parla infatti di ab Urbe condita, «dalla fondazione della città». La parola «Roma» inizia a essere usata di più dal periodo augusteo in avanti: troppo riduttivo parlare di «città», quando ormai il suo dominio si è esteso a quasi tutto il mondo conosciuto.

Dato che la città per eccellenza era Roma, tutte dovevano imitarla. L’impero si popolò di città che avevano lo stesso modello e che infatti si assomigliano tutte. Una cinta muraria, un foro, un quartiere per gli spettacoli con teatro e anfiteatro, un sistema ordinato di strade che si intersecano ad angolo retto. Che poi Roma fosse caotica e non rispettasse l’ordinato modello delle colonie di età augustea o traianea è un’altra storia.

Quello romano era un impero di città. La parola stessa che indica la civiltà, civitas, ha dato origine al termine «città». Per i romani la civilizzazione passava solo attraverso il sistema urbano e i barbari erano quei popoli che vivevano in insediamenti meno complessi di quelli del mondo mediterraneo, come i germani, o i nomadi che erano in continuo movimento, come gli unni. La città era il simbolo della capacità dell’uomo di sconfiggere le forze avverse della natura e di ordinare il caos attorno a sé.

Fortuna

Fortuna è una vox media, perché vuol dire sia buona che cattiva sorte. L’ambiguità del termine esprime quello che i romani pensavano della sorte, sempre mutevole, elemento su cui non si può fare affidamento. In teoria fortuna si potrebbe tradurre anche con «destino», ma per noi questa parola ha un significato diverso, più simile all’ananke greca. Per i greci il destino era qualcosa di immutabile, contro cui gli uomini potevano lottare, ma invano. Le grandi tragedie attingono a piene mani da questo concetto.

I romani invece pensavano che, per quanto sfuggente e ingannatrice, si potesse domare la fortuna. L’individuo aveva almeno qualche possibilità di imprimere al corso degli eventi la direzione che voleva: l’uomo era faber suae fortunae, come recitava un antico detto. Ciascuno era artefice del suo destino.

Fortuna però ha anche altri significati, come «ricchezza». Non è un caso che la stessa parola voglia dire «patrimonio» e «sorte», perché le due cose sono legate e ancora una volta esprimono molto bene il pensiero dei romani. Durante la repubblica i cittadini erano organizzati secondo un sistema di classi, alla base della leva e delle votazioni. Gli uomini erano inseriti in una specifica classe a seconda della fortuna, cioè il censo, e della dignitas, il prestigio. Come abbiamo visto, fortuna non significa solo ricchezza: come la fortuna muta, anche il patrimonio può modificarsi nel tempo, influendo sul buon nome del cittadino e della sua famiglia (dignitas).

La nobiltà di Roma (i patrizi) non era un ceto rigido e immutabile, basato su una concezione quasi magica del sangue. Era un’entità più fluida, da cui si poteva essere buttati fuori se il patrimonio diminuiva o se ci si macchiava di condotta immorale. Di questo declassamento se ne occupavano i censori, tra i più importanti magistrati della repubblica, eletti ogni 5 anni. Per i romani era quindi necessario lottare per mantenere la propria famiglia nella classe superiore e impegnarsi in guerra e in politica per acquisire dignitas e ricchezze.

La fortuna però non riguardava solo i patrizi, anzi: chi riusciva ad accumulare ricchezze e onori poteva aspirava a salire la scala sociale, mentre gli schiavi in cambio di un buon servizio potevano ottenere la libertà. La mobilità sociale divenne più facile soprattutto nei primi due secoli dell’impero (I-II secolo d.C.) e anche i cittadini non italici, i provinciali, poterono aspirare a posizioni sempre più importanti, fino addirittura a diventare imperatori: il primo fu Traiano, di origine ispanica.

Amicitia

Amicitia vuol dire «amicizia», ma ancora una volta la parola latina ha un significato diverso dalla nostra. I romani erano popolo dal forte istinto comunitario, che rifuggiva l’individualismo e per cui i legami sociali erano più importanti di quelli personali, soprattutto nel periodo arcaico. Amicus significa “amico”, ma anche “alleato”. Era infatti possibile essere amici anche detestandosi, come nel caso di Pompeo e Crasso. La cerchia più stretta di un potente sono gli “amici” e un re straniero sotto l’influenza di Roma era un “amico del popolo romano”. L’amicitia non è nemmeno sempre un legame paritario, perché amici sono anche i patroni, a cui i clientes devono fedeltà.

Sembrerebbe che per i romani l’amicizia abbia uno scopo esclusivamente utilitaristico: do ut des, tu mi dai qualcosa e io ricambio. Tuttavia, per i romani l’amicizia era intrecciata alla sodalitas, cioè l’unione di più persone accomunate da uno scopo. Il loro legame si fondava sulla fiducia e la lealtà, la fides, una delle virtù più importanti per i romani. La fides era il fondamento di ogni rapporto sociale, sia privato, sia pubblico.

Il fatto che la parola amici abbracci la sfera pubblica come quella privata dipende dall’enorme importanza che la politica e la vita al servizio dello stato avevano nella repubblica. Un romano non poteva trovare soddisfazione unicamente nei legami personali, perché la sua vita aveva senso solo se inserita nella comunità. Un uomo senza amici non aveva posto nel mondo civile e corrispondeva al reietto espulso dalla società.

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Per approfondire le parole latine

Molte delle parole latine più significative sono legate alla tradizione e alla fondazione delle istituzioni, raccontate in forma semi-leggendaria nei miti. Per approfondire la mitologia di Roma, completamente diversa da quella greca per tipo di racconti e per il sistema di valori che vi sta alla base, consiglio il bellissimo «Miti romani. Il racconto» di Ferro e Monteleone (2010).

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Per uno sguardo più specifico sulle parole della politica, un buon volume è «Il pensiero politico romano. Dall’età arcaica alla tarda antichità» di Giuseppe Zecchini (2018).

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La lingua esprime il pensiero di un popolo, che influenza la vita di tutti i giorni. Per immergersi nella vita quotidiana dei romani suggerisco due capisaldi della saggistica in questo ambito, «La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’impero» di Jérôme Carcopino (1993) e «La vita quotidiana nella Roma repubblicana» di Florence Dupont (2000).

Per finire, se leggendo i mille significati delle parole latine ti fosse venuta voglia di approfondire la lingua, esiste un bel libriccino scritto da un professore di Oxford: «Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile», Nicola Gardini (2015)

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2 commenti

  1. Questo è senza dubbio uno dei miei articoli preferiti del blog: un argomento semplice, ma un trattamento approfondito a la relazione tra linguaggio e cultura. E congratulazioni per incoraggiare in questo modo l’amore per la lingua latina!

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