In Russia è diffusa l’idea che la seconda guerra mondiale si riassuma nello scontro tra nazisti e sovietici e che l’URSS sia l’unica vera vincitrice. Questa interpretazione è parte di un processo di revisionismo storico centrale nel discorso politico del Cremlino; questo, infatti, da qualche anno ha messo mano ai programmi scolastici per promuovere il patriottismo nelle giovani generazioni a scapito di uno studio che favorisca lo sviluppo di un pensiero critico. Conoscere le modalità con cui viene insegnata la storia della seconda guerra mondiale e della lotta al nazismo è indispensabile per comprendere la narrazione russa della guerra in Ucraina; perché per le forze politiche russe la guerra al nazismo continua ancora oggi.

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Soldati sovietici in battaglia. Russia, 1941.

Rafforzamento del regime

Il controllo sull’informazione e sull’istruzione favorisce la creazione di una narrazione unica che sostenga le scelte del governo. A partire dalla seconda guerra mondiale si radica la convinzione che l’Occidente desideri la distruzione della Russia, che si troverebbe quindi sotto costante minaccia. La promozione del patriottismo a tutti i livelli (scuola compresa) e l’esaltazione guerresca, che trova il suo culmine nel «mito della guerra» relativo alla seconda guerra mondiale, compattano la società attorno al suo leader, difensore della società e dei valori russi.

Posizionamento politico

Se l’Unione Sovietica si proponeva come un modello alternativo all’Occidente capitalistico, dopo il 1989 la Russia ha dovuto ritagliarsi un nuovo ruolo nello scenario internazionale. Col passare degli anni la Russia si è allontanata sempre più dai Paesi occidentali e dall’Europa, tanto che la propaganda di Putin insiste sul fatto che «la Russia non è Europa». Questo viene ribadito anche nello studio della seconda guerra mondiale, quando si presenta il regime nazista come un «mostruoso prodotto della crisi della civiltà occidentale» (vedi oltre) e gli Alleati occidentali come partner inaffidabili e menzogneri, perché si vogliono prendere tutti i meriti della vittoria sulla Germania.

Rafforzamento dell’identità russa

O meglio, creazione di una nuova identità a seguito del trauma della fine dell’Unione Sovietica. Anche se siamo portati a pensare alle identità dei popoli come qualcosa di sostanzialmente immutabile, nella realtà non è così. La seconda guerra mondiale è l’evento storico centrale nella definizione di una nuova identità per Russia, Ucraina e Bielorussia, anche se la sua interpretazione è diversa a seconda delle scelte politiche delle diverse nazioni. Nel periodo post-sovietico, la storia e la memoria sono più che mai strumenti politici.

Costruzione di una nuova identità russa

Definire se stessi

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Sfilata del Reggimento Immortale con le foto degli antenati che combatterono nella seconda guerra mondiale. San Pietroburgo, 9 maggio 2016

La seconda guerra mondiale ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale nel definire l’identità dei popoli slavi orientali (russi, ucraini e bielorussi), ma in Russia oggi è ancora più importante di prima. La crescita del nazionalismo e la scomparsa della generazione che ha vissuto la guerra ha spinto a darle ancora più spazio. Il passaggio da un’identità sovranazionale (sovietica) a una nazionale (russa) ha provocato uno spaesamento che aveva bisogno di un nuovo, forte collante per la società. Come la guerra.

La guerra come mito identitario

La seconda guerra mondiale era perfetta come base su cui costruire una nuova identità, perché carica di valori positivi, dall’eroismo dei combattenti alla vittoria del bene sul male. La memoria della vittoria si trasforma così in un buco nero che inghiotte i traumi del Novecento e dà un senso alle sofferenze patite dalla popolazione.

Ogni popolo ha bisogno dei suoi “miti”, narrazioni in cui la storia diventa memoria collettiva e viene filtrata attraverso l’immagine mentale che la società ha creato per se stessa. I miti identitari non sono di per sé negativi, ma lo diventano quando sono il pretesto per manipolare la storia, nascondendone le pagine buie come accade nei regimi autoritari. Nel passato non ci possono essere ombre se si vuole instillare nelle persone un nazionalismo cieco; e nella Russia moderna il patriottismo ricopre un ruolo fondamentale, come sostenuto da Putin stesso.

«Dobbiamo costruire il nostro futuro su un solido fondamento. E questo fondamento è il patriottismo.»

Qui entra in gioco la storia, perché:

«Scuole e università, di fatto, creano nuovi cittadini e formano le loro coscienze.»
Discorso di Putin in un incontro sul tema dell’educazione patriottica dei giovani, 2012

Censura e propaganda

La storia diventa uno strumento del potere per tenere sotto controllo la popolazione e attaccare gli oppositori. Chi propone una lettura diversa della seconda guerra mondiale finisce per attaccare il mito fondativo della nuova identità russa, e quindi mette in pericolo il regime stesso. La ricerca storica non è più un’attività scientifica, ma un potenziale atto sovversivo; chi assume un atteggiamento critico è un nemico.

Negli ultimi anni la storiografia ufficiale si è irrigidita nelle sue posizioni e non tollera opinioni e fatti che possano mettere in discussione il «mito della guerra»: tutto quello che contrasta con la versione ufficiale viene bollato come propaganda nazista. Non è un modo di dire: per esempio, il volume dello storico britannico Beevor sugli stupri sovietici nella Germania orientale è stato bandito in quanto «propaganda nazista» e nel 2014 un cittadino russo è stato incriminato e multato per aver sostenuto sui social che Germania e URSS avevano invaso la Polonia a seguito della firma del Patto Robbentrop-Molotov. La ragione? Il suo post poteva contribuire alla «riabilitazione dell’ideologia nazista».

Cos’è «russo»?

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La chiesa di San Basilio è uno dei simboli di Mosca e della Russia

La seconda guerra mondiale contribuisce a definire l’identità russa, che racchiude dentro di sé più significati. Esistono due termini per indicare chi o cosa è russo: russkij, che indica i russi etnici e la cultura russa, e rossijskij, legato alla cittadinanza russa e che comprende anche persone di etnia diversa. In italiano è difficile rendere al meglio il significato di queste due parole, perché manca un parallelismo con la nostra storia e cultura. Il tedesco invece può servirsi del concetto di Volk, che indica il popolo tedesco anche al di fuori dei confini nazionali: sia la Russia, sia la Germania hanno o avevano grosse comunità di russi o tedeschi «etnici» che vivono in altri Paesi, ma che parlano la lingua e si riconoscono nella cultura del Paese di origine. Per esempio, Kafka anche se nato a Praga è di cultura tedesca, così come Bulgakov visse a Kyiv, ma scriveva in russo. Per secoli l’Europa orientale ha visto convivere negli stessi territori etnie, lingue, culture e religioni diverse, tutte riunite sotto un’entità sovranazionale (come l’impero zarista o quello asburgico).

Stato-nazione vs identità stratificate

Nell’Ottocento si sviluppa il concetto di stato-nazione, cioè un popolo = uno stato. Nell’Europa orientale non era così facile delimitare i confini dei nuovi stati, ma anche qui i movimenti nazionalisti elessero il «sangue» come unico criterio per identificare un popolo. Così, se in Polonia o in Ucraina esistevano individui di etnia tedesca, per i nazionalisti tedeschi questi Volkdeutsche erano e sarebbero sempre stati tedeschi e il loro posto era la Germania. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, il nazismo si impegnò nella grande operazione Heim ins Reich (“A casa nel Reich”) per ricondurre entro i confini patrii più di un milione di persone di origine tedesca, anche se questi vivevano da secoli in Ungheria, Repubblica, Ceca, Lituania e così via.

Identità russa e Russkij mir

Nell’Ottocento la Grande Germania fu il progetto politico che doveva riunire tutti i tedeschi sotto un’unica entità statale, che comprendesse tutte le aree germanofone. In Russia oggi esiste un’idea simile: Russkij mir, che si traduce più o meno come «mondo russo». Dopo che col crollo dell’URSS è entrata in crisi la l’identità sociale (sovietica) e si è rafforzata la dimensione etnica (russa), nel 2007 nasce una vera a propria istituzione, Russkij mir, per rafforzare il senso identitario russo. Secondo alcuni analisti, come il professore di Cultura e società russa Ulrich Schmid, il timore di Putin è che la Federazione russa possa sfaldarsi come l’Unione Sovietica.

Insieme al mito identitario della vittoria nella seconda guerra mondiale, la base etnica viene individuata come l’elemento più efficace per tenere insieme il popolo. Il criterio del «sangue» supera i confini nazionali e dove sono presenti russi etnici, questi devono essere ricondotti sotto la Russia: è chiaro che un’idea simile crea grossi problemi in aree in cui la popolazione è mista, come nel Donbass ucraino. E se le entità statuali non hanno significato e tutto ciò che conta è l’appartenenza etnica, diventano più comprensibili le notizie di deportazioni della popolazione verso la Russia dal Donbass e da Mariupol, zone ad alta concentrazione di russi etnici.

Individuare il nemico

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Soldati sovietici mostrano gli stendardi nazisti catturati. Parata del Giorno della Vittoria, Mosca, 24 giugno 1945.

Nella costruzione di un’identità, ancora più efficace di dire cosa si è, è dire cosa non si è. Nel corso della storia le identità si sono formate perlopiù per contrapposizione: cioè, un popolo definisce meglio se stesso dopo uno scontro con un altro gruppo, come nel caso delle guerre. Dal punto di vista della Russia, cosa non è russo (e prima, sovietico)? Il nazismo, perché la seconda guerra mondiale ha visto la vittoria dell’Unione Sovietica su Hitler e il suo regime. «Nazista», però, può voler dire molte cose.

Cos’è «nazista»?

«Nazista» è il regime che ha governato la Germania tra il 1933 e il 1945, o i movimenti che si ispirano apertamente ad esso (neo-nazismo). In Russia, però, si è diffusa un’ulteriore interpretazione: tutto ciò che danneggia, ostacola o infama lo stato e il popolo russo è «nazista».

È fondamentale capire l’associazione di idee che collega il nazismo a potenziali minacce alla Russia, soprattutto per capire le affermazioni della politica estera del Cremlino degli ultimi anni. Dal 2014 con la guerra nel Donbass e l’annessione della Crimea, passato e presente si sono confusi, fino ad annullarsi. In un certo senso, la seconda guerra mondiale non è mai finita, perché il nemico è sempre nazista, anche se cambia la sua apparenza. Il nazionalismo ucraino viene equiparato al nazismo tedesco e come tale deve essere distrutto (vedi oltre); l’etichetta di fascista/nazista identifica quindi non solo i veri simpatizzanti dell’estrema destra ucraini, ma anche il movimento pro-democrazia e persino gli attivisti per i diritti umani. Così come l’Occidente, che starebbe riabilitando il fascismo nei propri Paesi e in quelli dell’ex blocco sovietico.

Lo slittamento di significato del termine «fascista» a volte genera un cortocircuito in cui i fatti e parole non sono più legati. Per esempio, la strage di Odessa del 2014 nella quale morirono decine di filorussi nel linguaggio del Cremlino diventa una «nuova Katyn». Nell’Unione Sovietica il massacro di Katyn era sinonimo di crimine fascista: ma Katyn non fu opera dei nazisti, bensì dei sovietici. Storia e propaganda sono così intrecciate che gli stessi propagandisti in certi casi sembrano faticare a riconoscere cosa è vero e cosa è manipolazione storica.

Il problema baltico e ucraino

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Soldati ucraini della 14° divisione Waffen SS

Per il Cremlino l’etichetta di «nazista» applicata al governo ucraino trova ancora una volta la sua giustificazione negli eventi della seconda guerra mondiale. In Ucraina il collaborazionismo con l’occupante tedesco ci fu davvero e famigerati sono i casi di guardie ucraine nei campi di sterminio.

Il collaborazionismo fu dettato in alcuni casi da una reale adesione all’ideologia nazista (come per i 30.000 ucraini arruolati nelle SS, in particolare nel 14° divisione Waffen SS Galicia), in altri venne visto come lo strumento con cui ottenere l’indipendenza dal regime sovietico (pia illusione, perché il regime nazista non aveva alcuna intenzione di «liberare» i popoli slavi). Inoltre, la complessa situazione dell’Europa orientale dove si succedettero occupazioni da parte di regimi diversi portò anche a una guerra su due fronti, contro i tedeschi e contro i sovietici, come avvenne nel Baltico e in Ucraina. Anche chi combatteva i nazisti fu comunque definito nazista dai sovietici, dato che erano loro avversari.

In ogni caso, sarebbe falso sostenere che all’epoca non ci fosse nessun simpatizzante nazista o legato all’estrema destra: uno su tutti, Stepan Bandera, nazionalista ucraino che lottò per l’indipendenza del Paese e al tempo stesso si macchiò di crimini di guerra ai danni di ebrei e polacchi. Inoltre, non bisogna dimenticare che prima di Hitler i grandi pogrom ai danni degli ebrei non avvennero in Germania, ma tra Ucraina e Russia. Figure ultranazionaliste e anti-democratiche oggi sono rivalutate in molti Paesi dell’Europa orientale proprio per il loro ruolo nella lotta per l’indipendenza e ispirano gruppi di estrema destra, presenti anche in Ucraina.

La pretesa di denazificare l’Ucraina (vedi oltre) per liberarla dalla minaccia nazista, però, è solo un assurdo pretesto: primo, perché la vera minaccia avvertita dal Cremlino è l’avvicinamento dell’Ucraina all’Europa e all’Occidente cominciato dal 2014; secondo, perché non c’è nulla che esalti il nazionalismo e rafforzi il consenso attorno a posizioni belliciste e estremiste come un’aggressione armata. Cioè, esattamente quello che ha fatto la Russia invadendo l’Ucraina il 24 febbraio.

Cosa significa denazificare?

Dato che «nazista» ha un significato particolare per il Cremlino, anche «denazificare» non vuole dire solo epurare la società dall’ideologia hitleriana, come avvenuto in Germania dopo il 1945. Quando nel discorso del 23 febbraio Putin sostiene che «ci adopereremo per la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina» si riferisce ad altro. La spiegazione migliore la fornisce un articolo del 3 aprile pubblicato da RIA Novosti, una delle più importanti agenzie di stampa controllate dal governo russo. L’articolo è lunghissimo perché descrive nel dettaglio «Cosa dovrebbe fare la Russia con l’Ucraina?», come sintetizza efficacemente il titolo. Si tratta di un editoriale, quindi dà voce all’opinione di chi scrive e non cita documenti ufficiali del Cremlino. Ma se un articolo simile può uscire indisturbato su un organo di stampa del governo è difficile pensare che questo non ne condivida almeno in parte i contenuti.

Di seguito la traduzione in italiano di alcuni dei paragrafi più significativi (altro si può leggere in questo articolo del Post).

«Ad aprile dell’anno scorso, abbiamo scritto dell’inevitabilità della denazificazione dell’Ucraina. Non abbiamo bisogno di un’Ucraina nazista, [che si ispira a] Bandera, nemica della Russia e strumento dell’Occidente per la distruzione della Russia. […]

La denazificazione può essere portata avanti solo dal vincitore, il che implica il suo assoluto controllo sul processo di denazificazione e il potere che gli assicuri tale controllo. A questo riguardo, una nazione denazificata non può essere sovrana. Lo stato denazificatore – la Russia – non può servirsi di un approccio liberale nei riguardi della denazificazione. […]

La durata della denazificazione in nessun caso può durare meno di una generazione, che deve nascere, crescere e raggiungere la maturità sotto le condizioni della denazificazione. La nazificazione dell’Ucraina è continuata per 30 anni, cominciando dal 1989, quando i nazionalisti ucraini ricevettero forme di espressione politica legali e legittimate e portò il movimento per l’”indipendenza” verso il nazismo. […]

Il nome «Ucraina» apparentemente non può restare come titolo di un’entità statale interamente denazificata in un territorio che sarà liberato dal regime nazista. […]

La denazificazione sarà inevitabilmente una deucrainizzazione […]

Come la storia ha ormai dimostrato, a differenza della Georgia e dei paesi baltici, l’Ucraina non esiste come stato nazionale e i tentativi di “costruirne uno” portano inevitabilmente al nazismo. L’ucrainismo è una costruzione artificiale antirussa che non ha un proprio contenuto di civiltà […].

La denazificazione dell’Ucraina comporta anche inevitabilmente la sua deeuropeizzazione.»

L’autore fornisce poi le indicazioni su come procedere alla denazificazione dell’Ucraina: distruzione dell’esercito ucraino («eliminazione delle formazioni armate naziste (che significa ogni formazione armata dell’Ucraina, incluse le Forze Armate dell’Ucraina»), soppressione dell’informazione indipendente («stabilimento di uno spazio di informazione russo»), riforme scolastiche per promuovere la linea del Cremlino (cancellazione di materiale educativo e proibizione dei programmi educativi a tutti i livelli contenenti linee guida dell’ideologia nazista»), soppressione del dissenso («investigazioni di massa per stabilire le responsabilità personali per crimini di guerra, crimini contro l’umanità, diffusione di ideologia nazista e sostegno al regime nazista»), occupazione per 25 anni («creazione di autorità di denazificazione permanenti per un periodo di 25 anni»).

In questo lungo e complesso lavoro di denazificazione la Russia sarà sola e, anzi, dovrà difendersi dalla vendetta dell’Occidente.

«La Russia non avrà alleati nella denazificazione dell’Ucraina. Considerato ciò, si tratta di un affare puramente russo. Anche perché non solo la versione di Bandera di un’Ucraina nazista, ma verranno sradicati, anche e soprattutto, il totalitarismo occidentale, i programmi imposti di degradazione e disintegrazione della civilizzazione, i meccanismi di sottomissione alla superpotenza dell’Occidente e degli Stati Uniti.

La Russia ha fatto il possibile per salvare l’Occidente del XX secolo. […] Alla fine l’Occidente ha rigettato tutti questi sacrifici, ha sminuito il contributo della Russia nel risolvere la crisi occidentale e ha deciso di vendicarsi sulla Russia per l’aiuto che la Russia ha fornito in modo disinteressato..»
Timofei Sergeitsev, “Cosa dovrebbe fare la Russia con l’Ucraina?”, 3 aprile 2022

Il revisionismo storico nelle scuole in Russia

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Libri di storia per la scuola nell'ultima versione del 2021

La narrazione storica è pesantemente condizionata dal governo russo, ma non fu sempre così. Subito dopo il crollo dell’URSS nella scuola ebbero più spazio i principi democratici e a livello accademico cominciò una stagione di collaborazione internazionale con storici di altri Paesi, in particolare con quelli dell’ex blocco sovietico. Grazie all’apertura degli archivi russi vennero smascherati molti falsi storici, come quelli che nascondevano le responsabilità sovietiche nel massacro di Katyn. Negli ultimi anni, però, la memoria ricopre un ruolo sempre più importante nella definizione dell’identità russa e il Cremlino è tornato a imporre un’unica versione della storia, dettata dallo stato.

Manuali di storia: 1989-2009

La prima legge post-sovietica sull’istruzione (1992) cercò di introdurre a scuola la promozione di principi democratici e a questo periodo si datano i libri di testo più imparziali. Per esempio, il Patto Ribbentrop-Molotov è analizzato in modo più approfondito e qua e là si riconoscono errori e colpe dell’Unione Sovietica, e in particolare di Stalin. Un testo arriva persino a ammettere che la Polonia fu occupata per 50 anni, affermazione impensabile fino a pochi anni prima. Gli Alleati occidentali non vengono mai accusati di aver ostacolato l’URSS e la discreta libertà di cui godono gli autori dei manuali permette a uno di loro di arrivare a rivolgere critiche molto dure al regime sovietico, sostenendo che l’enorme numero di vittime sovietiche fu in parte dovuto anche alla scarsa considerazione del governo per il valore delle vite umane.

Manuali di storia: 2010-oggi

Un cambiamento nell’insegnamento della storia avviene tra 2009 e 2012, quando vengono elaborate le indicazioni per un nuovo curriculum incentrato sul patriottismo. La maggior parte dei manuali di storia impiegati oggi in Russia è stato revisionato dopo il 2010 e a partire dal 2013 una commissione si è messa al lavoro per creare un testo unico: decisione molto preoccupante, perché l’imposizione da parte del governo di un unico libro di storia nelle scuole accade solo nei regimi totalitari. Nel 2015 c’è stata una parziale marcia indietro, perché i libri ammessi furono 3, comunque un numero limitatissimo e nessuno di questi si discosta dall’interpretazione storica del governo. Anzi, dal 2014 chi critica le attività sovietiche durante la seconda guerra mondiale rischia fino a cinque anni di carcere per «mentire sulla storia».

La seconda guerra mondiale assume sempre più importanza nei programmi scolastici e più i libri sono recenti, più pagine sono dedicate alla guerra. Basti pensare che i quattro anni di guerra coprono il 5,4% del periodo sovietico, ma nei manuali gli sono dedicati in media il 21,5% delle pagine. La scuola deve incoraggiare il patriottismo, presentare l’Unione Sovietica in maniera positiva e mostrare la «logica di una storia russa ininterrotta» (Putin, 2013), tacendo gli episodi più traumatici, come la repressione stalinista. Negli ultimi tempi infatti la figura di Stalin è tornata popolare e i libri di scuola si concentrano sulle capacità da leader del dittatore, più che sui milioni di morti e deportati nei Gulag. Non si parla mai di occupazione di Polonia e Paesi baltici, che sarebbero invece stati liberati. Si insiste sul disprezzo e le violenze naziste ai danni dei sovietici, ma non tutti i libri parlano esplicitamente di sterminio ebraico: manipolazione molto grave, perché cambia del tutto l’interpretazione della guerra e presenta i sovietici come le vittime principali del nazismo.

Cresce poi il sentimento anti-occidentale, poiché gli Alleati sono accusati di usare i sovietici come carne da cannone contro i nazisti e di aver aperto un secondo fronte in Europa solo quando erano sicuri della vittoria. Nell’opinione pubblica è diffusa l’idea che l’Occidente voglia porsi come unico vincitore della guerra, sminuendo il ruolo dell’URSS nella sconfitta del nazismo. In questo caso, le critiche russe non sono del tutto infondate, perché generalmente in Occidente si dedica meno spazio allo studio del fronte orientale e uno studio ha scoperto che la maggior parte degli studenti statunitensi non sa nemmeno che USA e URSS fossero alleate nella seconda guerra mondiale. Per quanto grave, l’ignoranza diffusa dipende da qualcosa che non ha funzionato nel sistema scolastico, non da una cosciente manipolazione della storia attuata a livello statale.

La storia diventa propaganda

Per finire, un accenno all’attualità. Nel 2021 sono stati approvati nuovi libri di testo che raccontano l’annessione della Crimea come un «processo pacifico» che non ha impiegato un solo soldato russo. L’ultima parte dei manuali è stata infatti affidata non a uno storico, ma a un giornalista che scrive per i media del Cremlino «Russia Today» e «Sputnik»: una cassa di risonanza per fake news e propaganda così sfacciata che a marzo il Consiglio dell’Unione Europea ha sospeso le attività di radiodiffusione dei due organi di stampa.

I nuovi manuali sono editi da Vladimir Medinsky, capo della Società di storia militare russa, creata da Putin nel 2021 per «consolidare le forze dello stato e della società nello studio del passato storico militare della Russia e contrastare gli sforzi per distorcerlo.» Medinsky ha assunto posizioni molto discutibili, come paragonare le vittime sovietiche all’Olocausto, ma questo non gli ha impedito di diventare capo della Commissione sull’educazione storica nata a luglio del 2021. Da chi è formata? Non storici, ma membri del governo e dei servizi di sicurezza russi.

Ancora una volta, la storia non è l’oggetto di una ricerca scientifica, ma una questione di sicurezza nazionale. E un’arma in mano a un regime autoritario.

Ti chiedo un favore.

Scrivere due articoli così richiede moltissimo tempo: bisogna fare ricerca, tradurre le fonti in italiano (tutti i testi citati sono mie traduzioni dall’inglese e dal tedesco, o dal russo, per cui ho chiesto un aiuto), confrontare fonti di archivio e articoli scientifici in lingue diverse, analizzare la tradizione storiografica dei vari Paesi coinvolti.

Anche se è un lavoro lungo e complesso lo faccio volentieri perché è importante saper distinguere i fatti dalle revisioni propagandistiche e non tutti possono accedere facilmente alle fonti, sia perché quasi tutto è in lingua straniera, sia perché documenti originali e testi scientifici sono difficili da reperire. Però, proprio perché è un lavoro, e io porto avanti il blog nel mio tempo libero, ti sarei grata se volessi sostenermi con una donazione: non posso continuare a scrivere articoli così corposi e approfonditi se non ho un aiuto economico.

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Bibliografia

È complicato scrivere una bibliografia di due articoli che trattano un argomento così vasto come il ruolo dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale e il revisionismo storico russo. Per non rendere eccessivamente lungo l’elenco, eviterò di inserire di nuovo tutti i link presenti negli articoli e cercherò di segnalare solo i testi più importanti, anche se purtroppo è quasi tutto in lingua straniera. In italiano ci sono pochi studi approfonditi sull’URSS nella seconda guerra mondiale e le falsificazioni storiche sovietiche, e ancora meno si trova sul nazionalismo russo e sulle riforme dell’insegnamento della storia.

UNIONE SOVIETICA E SECONDA GUERRA MONDIALE

Occupazione nazista dell’URSS
Sul nazismo e le violenze nell’Europa orientale esiste una bibliografia sterminata. Molto completo è «Il Terzo Reich. Una storia vera» di M. Burleigh (2013). Sullo sterminio ebraico «La distruzione degli Ebrei d’Europa» di R. Hilberg continua a essere uno degli studi più completo (1995), mentre i lavori di Browning e Goldhagen forniscono una spiegazione sui motivi che hanno spinto i soldati tedeschi a obbedire e compiere tali atrocità.

Relazioni URSS-Germania nazista
Su questo tema c’è pochissimo in italiano: non si trovano né studi specifici sulle relazioni nazi-sovietiche prima della guerra, né esistono traduzioni integrali in italiano dei testi dei trattati. Tutti i testi citati sono infatti in inglese.

Per un approfondimento su come la storiografia sovietica ha raccontato il Patto Ribbentrop-Molotov e gli altri trattati: «Stalin, the Pact with Nazi Germany, and the Origins of Postwar Soviet Diplomatic Historiography», G. Roberts (2002).
Il libretto uscito nel 1948 che riunisce tutti i trattati nazi-sovietici è disponibile online grazie a un progetto dell’Università di Yale che ha digitalizzato migliaia di documenti di varie epoche: “Nazi-Soviet Relations 1939-1941. Documents from the Archives of The German Foreign Office” (1948). Nel 2019 l’associazione russa Historical Memory’ Foundation ha messo online anche le copie sovietiche del trattato; nell’introduzione si sostiene però la linea ufficiale, cioè che il Patto di non aggressione fu una scelta obbligata e si tace sull’accordo per spartirsi l’Europa orientale.

Crimini di guerra sovietici
Anche in questo caso, poco materiale in italiano. Gli studi più interessanti sono di solito articoli scientifici difficili da reperire se non si ha accesso ai database specializzati e sono per la maggior parte in inglese (se va bene). Un buon saggio tradotto è «Terre di sangue. L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin» di T. Snyder, anche se si tratta più di una revisione della letteratura scientifica che un’analisi delle fonti dirette; ma per un pubblico più ampio va benissimo.

Per comprendere perché sono nate le commissioni sovietiche che indagavano sui crimini di guerra nazisti e il ruolo che hanno avuto nel falsificare prove di quelli commessi dal regime di Stalin, fondamentale è «People and Procedures: Toward a History of the Investigation of Nazi Crimes in the USSR», M. Sorokina (2005).

Una panoramica sui crimini di guerra in Polonia e nel Baltico, con annessi casi giudiziari, si trova in «Competing Histories: Soviet War Crimes in the Baltic States», R. Liivoja (2013) e «Between Nazis and Soviets: Occupation Politics in Poland, 1939-1947», M. J. Chodakiewicz (2004). Su Katyn, il lavoro più completo è in polacco, frutto della collaborazione tra storici russi e polacchi: «Katyn: Katyń.Dokumenty zbrodni. Tom 4. Echa Katynia kwiecień 1943 – marzec 2005”, AA.VV. (2006)

Sullo specifico caso degli stupri di guerra è difficile trovare letteratura adeguata: per anni l’argomento è stato poco studiato, anche perché le vittime spesso non volevano parlarne, e gli studi spesso sono solo nella lingua dei Paesi dove si sono commessi i crimini. Ci sono però due buoni volumi dedicati ai casi specifici delle violenze nella Germania orientale e in Ungheria: «Berlino 1945. La caduta», A. Beevor (2002) e «Remembering Rape: Divided Social Memory and the Red Army in Hungary 1944–1945», J. (2005).

Alleati e invio aiuti all’URSS
Ancora una volta, tutto in inglese. Per i dati sugli aiuti statunitensi all’URSS e un confronto con quelli forniti dagli storici sovietici c’è «Lend-Lease and the Soviet War Effort», R. Munting, (1984), mentre una prima stimma dell’entità degli aiuti inviati dagli USA è già datata al 1945 in «How Shall Lend-Lease Accounts Be Settled?» di H. Taylor. Uno studio approfondito è «The role of lend‐lease in Soviet military efforts, 1941–1945» di B. V. Sokolov (1994), anche se sono stati messi in discussione i suoi calcoli e le sue stime, forse poco precisi. La testata indipendente RFE/RL ha scritto del Lend-Lease americano qui.

REVISIONISMO STORICO

Popoli e creazione identità nazionali
Il tema della creazione dei popoli e delle identità etniche è un argomento complessissimo che per essere compreso almeno in parte richiede conoscenze di antropologia, filologia e archeologia. Gli studi si applicano perlopiù ai popoli antichi, ma in realtà forniscono strumenti utili anche per comprendere evoluzioni e conflitti identitari di oggi. Il volume più agile e adatto a un grande pubblico è «Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa», P. J. Geary (2002).

Aggiungo anche la mia tesi magistrale, perché esplora l’uso politico della storia e dell’archeologia da parte del regime nazista, tema di cui c’è quasi nulla in italiano: «Purezza e destino. I germani nell’archeologia delle SS», Chiara Torrisi (2018). Non è accessibile perché una volta discusse le tesi finiscono nel dimenticatoio delle università: se però conoscessi qualche editore che potrebbe essere interessato a pubblicarne qualche stralcio, contattami.

Russia e nazionalismo
Ottime analisi sul nazionalismo del Cremlino e sul suo linguaggio si trovano in «Hegemonie und Populismus in Putins Russland: Eine Analyse des russischen politischen Diskurses», P. Casula (2012) e nell’intervista al prof. U. Schmid (2022).

Storia e memoria della guerra in Russia
Un volume eccezionale per comprendere il ruolo della memoria della seconda guerra mondiale nella creazione delle identità post-sovietiche di Russia, Ucraina e Bielorussia è «War and Memory in Russia, Ukraine and Belarus» (2017). Si tratta di uno studio internazionale che ha ritardato la sua pubblicazione perché nel frattempo nel 2014 era scoppiata la guerra in Ucraina; il volume si è così arricchito di nuove riflessioni a seguito degli eventi contemporanei.

Riguardo al «mito della guerra» in Russia utili sono i lavori di Nina Tumarkin, come “The Great Patriotic War as Myth and Memory” (1991) e “The War of Remembrance” (2002).

Sulle riforme scolastiche e l’ingresso del patriottismo nei curricula di storia, si vedano «Patriotism, History Teaching, and History Textbooks in Russia: What Was Old Is New Again», T. Tsyrlina-Spady (2015), “Memory of World War II in contemporary Russian school history textbooks”, Olga Konkka (trascrizione di un intervento a un congresso, 2014) e gli articoli “Rewriting Russian history” (2018) e “Russia did not invade Crimea in new school textbooks” (2021).

revisio

8 commenti

  1. Congratulations, you have done a very great, fundamental work! It seems to me that you even did more than I could have expected – you very correctly felt and identified the accents of Russian propaganda and the peculiarities of Russian reality related to our (Russian-Ukrainian) mentality, which, of course, is not so easy to do from the outside, and in particular from Europe and Italy.
    Remaining in my opinion regarding certain political assessments due to the difference in our political views (which is normal), I generally want to call this an exceptionally high-quality, thoughtful and socially useful work.

  2. I’ve thoroughly enjoyed your piece, as it sheds light on the manipulation and distorsion of historical truth as a political tool commonly used by populist and/or authoritarian regimes. Here in Mexico president Andres Manuel Lopez Obrador, right after his party’s landslide electoral victory in 2018, has resorted heavily to “historical” discourse to justify his regime’s actions and discredit his critics, including the use of 19th century political labels to equate all political opponents to the “treacherous” and “conservative” faction that supported the occupation of Mexico launched by French emperor Napoleon III between 1862 and 1867. The regime-controlled media propagate a “new” vision of the history of Mexico, according to which the country has seen so far three great “Transformations”: the Independence from Spain (1810-1821), the Liberal Reform (1856-1867), and the Mexican Revolution (1910-1920); Lopez Obrador’s regime is presented as no other than the “4th Transformation”, the inevitable and logical conclusion of all revolutions in Mexican history, the one that will change the country forever and help Mexican people to fulfill their glorious destiny. To make matters worse, there’s a strong essentialist overtone in Lopez Obrador’s “historical” discourse, as he preaches a recycled version of the racialized Nationalist ideology of the Mexican Revolution: an idealized vision of the Mexican people as the product of “Mestizaje”, or the perfect mixture of Spanish and Indigenous cultures. Ironically, it was in the name of that ideology that during the 20th century the Mexican State supressed cultural diversity by discouraging the use of Indigenous languages, suppressing all references to the country’s important Afro-American heritage, and imposing an official version of history where regional and cultural differences between the country’s regions were put aside to justify the authoritarian, intolerant and centralist regime that ruled the country between 1929 and 1999. Meanwhile, the authoritarian whims and tendencies of Lopez Obrador and his party (including not only the demonization of political opposition, but also an unprecedented empowerment of the Army) are endangering the democratic advances achieved by the country in the last twenty years, and history is clearly one of the current regime’s favorite political battlefields.

    • Wow, this a great comment! I don’t have a deep knowledge of Mexican history, but I can see the similarities between this situation and other in which regimes use history as a political weapon. The rewriting of history is always worrying in these cases, above all because it threatens the ethnical minorities and risks to damage forever the cultural complexity of the country. Thank you very much for sharing with us your knowledge!

  3. Ein wirklich hervorragender Artikel! Insbesondere in der aktuellen Situation ist jede sachliche und profunde Analyse Gold wert. Mich beeindruckt vor allem, wie Du es schaffst, die “Barriere” der staatlichen Propaganda zu durchbrechen und hinsichtlich ihres geschichtlichen Weltbilds zu demaskieren. Dass Du das außerdem in einem klaren und angenehmen Schreibstil schaffst, ist bemerkenswert!

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