La lingua cambia ed evolve col passare del tempo, basta leggere un libro di 70 o 80 anni fa per rendersene conto. E sui libri, che sono fatti di parole, il linguaggio ha un impatto enorme. Non è facile capire come adattare la lingua al contesto di un romanzo storico e come maneggiare parole che appartengono a epoche, culture e mentalità diverse. Vista la complessità dell’argomento ho deciso di affrontarlo da due punti di vista: quello della scrittura e dell’editing, su cui mi concentro in questo articolo, dato che sono il mio campo; e quello della traduzione, di cui si occuperà una bravissima professionista nel prossimo guest post.

Leggi la seconda parte dell’articolo:

Tradurre romanzi classici: scegliere le parole giuste

Durante la scrittura e l’editing bisogna tenere in considerazione due diversi elementi del testo, che vanno trattati in modo leggermente diverso: la narrazione e i dialoghi.

Dialoghi nei romanzi storici

Partiamo dai dialoghi, che sono i più complessi da gestire. I dialoghi sono pronunciati dai personaggi, quindi devono riflettere il loro modo di essere e il contesto in cui vivono. Non possiamo far parlare un giovane antico romano come un adolescente di oggi, ma dobbiamo anche dosare l’accuratezza storica, altrimenti i suoi discorsi suoneranno come quelli di un vecchio. Ci sono autori che decidono di sposare in pieno il linguaggio dell’epoca in cui è ambientato il romanzo storico ma, se va bene per un breve esperimento, per un intero romanzo è una pessima scelta.

Approfondirò il tema dei dialoghi nei romanzi storici in un altro articolo, perché è troppo importante per dedicargli solo poche righe qui.

Narrazione nei romanzi storici

La narrazione è più semplice da gestire, almeno in apparenza. Molto dipende dal punto di vista e dal tipo di narratore adottato: se si tratta di un narratore onnisciente del nostro tempo può usare espressioni moderne e condividere riflessioni che hanno senso per un pubblico contemporaneo. Tuttavia, sarebbe un modo piuttosto strano di scrivere un romanzo storico. Se si vuole trascinare il lettore nella storia e fargli percepire un mondo lontano bisogna agire non solo sulle descrizioni, le emozioni dei personaggi e così via, ma anche sulla lingua.

È importante usare un linguaggio coinvolgente per i lettori di oggi e che al tempo stesso riesca a traghettarli nel passato, facendo riferimento al modo di pensare dell’epoca. Difficile? Oh, sì. Ma nessuno ha mai detto che scrivere romanzi storici sia facile.

Conoscere quali sono le tipologie di parole che più rischiano di far inciampare la narrazione è comunque già un grosso aiuto. Per rendere più semplice la lettura le ho suddivise qui di seguito in categorie diverse.

Scegliere le parole giuste: parole straniere

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Parole che appartengono all’epoca della storia

Questo è un tasto dolente. Da un lato, non si può esagerare con i termini di un’altra epoca, magari anche in un’altra lingua, perché la prosa si appesantirebbe e rischierebbe di mandare in confusione chi legge; dall’altro, usare parole del tempo in cui è ambientato il romanzo storico può essere non solo funzionale, ma necessario. Esistono infatti parole intraducibili, che esprimono in modo preciso un concetto dell’epoca che non si può spiegare con termini moderni se non con lunghi giri di parole.

  • Un esempio per l’antica Grecia è kyrios. La traduzione è « signore », « padrone », ma anche « capofamiglia », che comprende l’accezione di « tutore ». Chi era il kyrios? Era il responsabile della famiglia e della casa, il marito e il padre, quello che decideva le sorti dei parenti e degli schiavi. La difficoltà nel rendere in italiano questo termine è che non esiste un equivalente. Il più simile è pater familias, ma sarebbe assurdo impiegarlo in un contesto greco visto che si tratta di una parola latina, e comunque non funzionerebbe lo stesso. Infatti gli schiavi greci si rivolgevano al loro padrone usando la parola kyrios, mentre a Roma ne usavano un’altra (dominus). Per evitare lunghe spiegazioni ed essere precisi, la scelta migliore è allora quella di mantenere la parola greca.
  • Un’altra parola complessa è res publica. La traduzione sembrerebbe scontata, perché è quasi uguale a « repubblica ». In effetti questo è uno dei suoi significati, ma il più importante è quello di « stato ». I romani durante il periodo della repubblica non avevano più di tanto la percezione di vivere in una repubblica: semplicemente, quello era il regime politico che avevano creato dopo la cacciata dei re e per loro si fondeva con il concetto di « stato ».

Quindi meglio usare res publica in ogni discorso tenuto in senato? In realtà aggiungerebbe un grado di complessità poco utile. Una buona soluzione può essere quella di alternare « repubblica » e « stato » a seconda delle diverse accezioni che prende di volta in volta la parola. È però necessario conoscere lo sfaccettato mondo che si cela dietro alla « res publica » per non far ragionare gli antichi romani secondo schemi mentali che appartengono a periodi successivi. È questo il motivo per cui serve dedicare tanta attenzione al linguaggio.

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Come scegliere le parole giuste

Quando si tratta di parole contemporanee all’epoca in cui è ambientato il romanzo storico bisogna valutare caso per caso. Per farlo è importante avere una certa sensibilità verso la lingua del tempo, e idealmente chi scrive di antica Grecia dovrebbe conoscere (almeno un po’) il greco antico, così come chi si occupa di antica Roma o Germania nazista dovrebbe avere familiarità con il latino e con il tedesco.

Non sempre è così, e in certi casi è quasi impossibile approfondirne la conoscenza (come nel caso degli etruschi, di cui conosciamo pochissimo la lingua). Se poi si capisce di avere delle lacune in ambito linguistico, ci si può rivolgere a un editor con le competenze giuste. Sembrano dettagli, ma la differenza a opera finita si vede eccome.

Prestiti successivi

Le parole straniere appaiono anche sotto forma di prestiti. L’italiano negli ultimi decenni ne ha accolti moltissimi dall’inglese per quanto riguarda la tecnologia, l’imprenditoria e la finanza, campi che poco hanno a che fare con i romanzi storici.

Ben diverso è l’inglese, che ha impiegato un gran numero di prestiti stranieri fin dalle sue origini. In particolare dal francese. Questo può avere uno strano effetto su chi legge una storia in inglese ambientata in un’epoca lontana perché se non si bada al fatto che i personaggi parlino inglese, quando ci si imbatte in una parola francese la scena appare all’improvviso fuori posto.

Per spiegare meglio questo aspetto e mostrare come si può risolvere, condivido un esempio da un editing su cui ho lavorato.

Dietro le quinte dell’editing

L’esempio è preso dall’inglese, perché questa era la lingua in cui era scritto il racconto. Siamo nell’antica Grecia e la protagonista si ferma dopo una corsa, trovandosi con i capelli scompigliati. Nell’originale le parole usate davano l’impressione che i capelli fossero sciolti, ma le donne greche li tenevano sempre raccolti, a meno che non si trattasse di occasioni particolari. Ho suggerito allora di scrivere che alcune ciocche le fossero sfuggite dall’acconciatura, proponendo una frase alternativa.

Mi sono però bloccata di fronte al termine inglese per indicare l’acconciatura. Alcuni suonavano troppo moderni, come hairdo, mentre hairstyle sembrava mostrare una donna appena uscita dal parrucchiere. La parola più giusta per il contesto era coiffure, che però è un prestito francese. Era veramente strano descrivere i capelli scompigliati di una “coiffure” dell’antica Grecia.

Non ho trovato un termine che mi soddisfacesse e alla fine ho optato per rigirare la frase puntando l’attenzione sulla brezza che le arruffava i capelli, dettaglio tra l’altro utile a far percepire l’ambiente costiero menzionato nella frase precedente.

Scegliere le parole giuste: parole di periodi diversi

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Parole moderne

Una parola nasce quando chi parla sente il bisogno di trovare un termine specifico per un concetto. Molte espressioni moderne sono il frutto del cambiamento che ha attraversato la società a partire dalla Rivoluzione industriale e non parlo di parole ovvie come computer e smartphone, che non potevano esistere prima che fossero inventati questi oggetti. Ci sono invece parole che si rifanno a un contesto post-industriale di cui dobbiamo tenere conto quando abbiamo a che fare con storie ambientate nel mondo antico o nel medioevo.

Prendiamo standard: in questo caso è più facile che suoni un campanello d’allarme perché si tratta di un vocabolo straniero. Il suo significato però è legato alla produzione industriale che prevede una conformità negli oggetti fabbricati. Anche se in passato esistevano autorità in grado di garantire uno standard elevato per i propri prodotti, risulta strano un funzionario della zecca di Roma antica che si complimenta con i suoi sottoposti per lo standard di qualità dei sesterzi.

Parole vecchie con significati nuovi

Sono molte le parole ambigue, che sembrano avere tutto il diritto di partecipare alla scrittura di un romanzo storico, e che invece bisogna tenere d’occhio. Un esempio è tecnologia, intesa non come prodotti moderni tipo internet e l’intelligenza artificiale, ma come oggetti o strumenti con cui si risolve un problema. Ad esempio con tecnologia litica gli archeologi definiscono le tecniche con cui gli uomini preistorici scheggiavano le pietre, trasformandole in utensili.

Sembra una parola innocua, vero? Più arcaico della preistoria cosa c’è? Eppure se parliamo di Mesopotamia o mondo greco-romano “tecnologia” non funziona bene, come una tessera di un puzzle che si incastra solo forzandone il contorno.

Chi ha una formazione storica avverte subito che qualcosa non funziona e basta controllare su un vocabolario per averne la conferma. Se a parlare è Apollodoro di Damasco, l’architetto del Pantheon di Roma del II secolo d.C., non potrà vantare l’ ”innovazione tecnologica” della sua cupola né in greco né in latino, perché nessuna delle due lingue ha un termine per esprimere questa idea. E se non ce l’avevano i greci, che hanno una parola per tutto, significa che è un concetto moderno. Infatti “tecnologia” in greco antico indica un insieme di regole, mentre il significato che intendiamo noi si è diffuso all’inizio dell’Ottocento, in piena Rivoluzione industriale.

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Periodi più difficili in cui raccontare una storia

Non stiamo andando troppo per il sottile? Chi noterà questi dettagli? Forse non tutti sapranno perché una parola stona, ma molti avvertiranno che quello che stanno leggendo non funziona. Chi scrive un romanzo storico deve tenere conto di questi aspetti, altrimenti la sua storia rischia di trasformarsi in una fanfiction (altro termine moderno).

Scegliere le parole giuste: parole di culture diverse

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Nuove parole per nuovi eventi storici

Esistono poi parole che nascono per esprimere concetti o situazioni moderne. Sono insidiose perché sono radicate nell’uso comune e diventa difficile accorgersi che ha senso impiegarle solo da un certo periodo in poi, soprattutto se sono diventate modi di dire.

Un esempio è in fila indiana. Chi sono questi indiani? I nativi americani, che per confondere il nemico camminavano sulle orme di chi li precedeva, in modo da non far capire il numero esatto di guerrieri in marcia. Un altro modo di dire è non capire una mazza, dove Mazza è il cognome del generale che gestì in modo disastroso l’emergenza del terremoto di Messina del 1908, tanto da proporre di radere al suolo la città con i cannoni perché non c’era più nulla da fare.

Queste espressioni si riferiscono a periodi o eventi storici precisi e per quanto possano essere entrati nel linguaggio comune sarebbe meglio evitare di impiegarle in un romanzo storico. Eviteremo così di confondere chi legge, o spezzare la sospensione di incredulità che permette al lettore di credere alla storia.

Le parole riflettono la cultura in cui nascono

Altre parole indicano invece concetti e mentalità che appartengono ad altre culture. Un esempio sono tutte quelle parole che arrivano dal campo psicologico, come ansia, depressione, bipolarismo.

Alcune determinano specifici casi clinici, ma anche parole apparentemente normali come ansia andrebbero dosate con cautela. Questa condizione è tipica dell’età moderna e diffusa in contesti socio-economici sviluppati; quindi, se ci troviamo davanti a un cavaliere medievale alla vigilia della prima battaglia, più che di ansia dovremmo parlare di apprensione o preoccupazione. L’ansia è troppo collegata al disagio adolescenziale o al lettino dello psicanalista per poter descrivere in modo efficace uno stato d’animo di un’epoca così diversa. Ah, anche disagio è una parola che bisognerebbe depennare dal proprio vocabolario, a meno che non indichi una situazione in cui una persona non si trova a suo agio, e non una condizione patologica.

Altre parole ingannevoli derivano dalla religione: per cui se un personaggio ha compiuto qualche crimine dovrebbe farsi un esame di coscienza  solo se vive in un contesto cristiano; anzi, cattolico. Potrà essere tormentato dal rimorso, ma non dal senso di colpa, concetto profondamente radicato nella tradizione cattolica che sfugge a chi non appartiene a questo contesto culturale. Di sicuro non possiamo instillare questi pensieri in un uomo dell’antichità, dove il concetto stesso di colpa era sfumato rispetto al nostro.

Le mode linguistiche

Per finire, ci sono tutte quelle parole alla moda, che passano come meteore nel nostro linguaggio e dopo un momento di grande fortuna cadono in disuso. Proprio perché legate a una moda passeggera bisognerebbe sempre evitare queste espressioni, che suonerebbero ridicole in un contesto che non sia quello dei nostri giorni. D’altra parte, vi immaginate un generale romano che in un momento di grande difficoltà per l’esercito invita i legionari a essere resilienti?

Qui non mi dilungo sullo slang e sulle influenze dialettali che modellano il nostro linguaggio più di quanto ci accorgiamo e che inserite in un romanzo storico sarebbero assurde, perché totalmente fuori luogo come tempo e spazio. Nessuna ragazza dell’antica Roma verrà mai indicata come « la Tullia » e nessun mercante rinascimentale quando raggiungerà un accordo concluderà con « Ci sta. » Il tema in ogni caso merita un approfondimento a parte (se ti interessa, scrivimelo nei commenti).

Dietro le quinte dell’editing

D’accordo, abbiamo visto quali parole non andrebbero usate. Qualcuna però scappa sempre e qui viene in soccorso l’editor, che se conosce il suo mestiere avrà l’occhio allenato per riconoscerle e proporre una soluzione.

Facciamo un esempio. In un racconto della serie di Heroes of Bronze per cui mi occupo della ricerca storica e dell’editing mi sono imbattuta in un termine che a una lettura frettolosa poteva non apparire anacronistico per l’epoca, anche se in realtà lo è. La storia è infatti ambientata nell’antica Grecia nel VI secolo a.C.; prima delle guerre persiane, per intenderci.

Il protagonista sta partecipando a una gara sportiva in cui si trova in svantaggio, ma a un certo punto si ribalta la situazione. Compariva quindi l’espressione turn the tables on (il racconto è in inglese), che significa cambiare le carte in tavola. È un modo di dire, uno di quelli così comuni che si impiegano senza nemmeno pensare al loro reale significato letterale.

L’espressione appartiene al mondo del gioco d’azzardo e rimanda al poker o ai giochi di carte che in Europa si diffondono in età moderna. Nel mondo antico non esistevano ed è piuttosto strano immaginare un uomo con chitone e petaso che mescola un mazzo di carte. Durante l’editing ho evidenziato questo anacronismo e ho proposto un’alternativa. Visto che siamo nel mondo greco ho suggerito un’altra immagine, quella degli dei che giocano a dadi.

Il senso è lo stesso, ma la similitudine è calata nel mondo dove si muovono i personaggi e contribuisce a creare la giusta ambientazione. Da un problema siamo arrivati a una scena ancora più efficace: questo accade quando sappiamo scegliere le parole giuste.

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