Quali sono gli eventi che cambiano il corso della storia? Guerre, crisi economiche, alleanze politiche, ma anche malattie. Gli ultimi anni ci hanno ricordato l’impatto che hanno epidemie e pandemie sulla vita delle persone; in effetti, spesso le epidemie hanno segnato uno spartiacque tra le epoche. Per comprendere a fondo questi eventi, però, non basta la conoscenza della storia: servono anche competenze mediche, che io non ho. Per questo ho affidato la scrittura dell’articolo sulla storia delle epidemie a Paolo Forti, curatore del bellissimo podcast Sick History.

Da qui in poi è tutto frutto del suo lavoro di ricerca.

La storia umana è sempre stata costellata da episodi più o meno lunghi in cui le malattie hanno afflitto la popolazione arrivando anche a cambiare il corso della storia, soprattutto nel caso di epidemie e pandemie. Ma come nascono le epidemie?

Come nascono le epidemie

storia delle epidemie

Ogni malattia si trasmette in maniera e con efficacia diversa. La trasmissione può avvenire per via respiratoria, come il Covid o l’influenza, per via oro-fecale, come il colera, o ancora per via sessuale, come la sifilide. 

Ogni malattia può avere effetti diversi sulle popolazioni che incontra, in base al loro stato generale di salute e alle condizioni sociali e ambientali presenti in quel momento. Popolazioni malnutrite, in cattive condizioni igienico-sanitarie, oppure molto interconnesse con zone distanti, sono più suscettibili allo sviluppo di epidemie, perché più deboli dal punto di vista immunologico contro i batteri o i virus che le colpiscono. 

Altro fattore molto importante per la diffusione delle malattie sono i conflitti e le guerre, che portano a peggiorare le condizioni di vita della popolazione civile e allo spostamento di un gran numero di soldati, che vivono spesso stipati e in cattive condizioni igieniche, facilitando di molto la diffusione di nuovi patogeni o la ricomparsa di malattie altrimenti scomparse o sopite.

Che differenza c’è tra endemia, epidemia e pandemia?

Prima di parlare della storia delle epidemie bisogna però chiarire la differenza fra endemia, epidemia e pandemia.

Per endemia si intende quando una malattia è presente in maniera costante e uniforme in un territorio, ripresentandosi sporadicamente; in determinati casi può portare anche a epidemie. 

La differenza tra epidemia e pandemia sta invece nell’estensione della diffusione della malattia: le epidemie sono “locali”, possono colpire una città, una regione o uno stato, mentre le pandemie, come purtroppo sappiamo ormai fin troppo bene, colpiscono interi continenti, o addirittura tutto il mondo.

Le peggiori epidemie della storia

Peste

Nella storia delle epidemia la malattia per eccellenza, la regina di tutti i morbi, almeno nell’immaginario collettivo, è ormai da secoli la peste. Questa malattia, causata da un batterio, è divisa in due forme principali: peste bubbonica (trasmessa dal morso delle pulci) e peste polmonare (a trasmissione respiratoria). 

La peste bubbonica porta al rigonfiamento dei linfonodi, soprattutto di quelli ascellari (i famosi bubboni), insieme a febbre alta e grave malessere. La morte può sopraggiungere per shock in pochi giorni e la letalità oscilla tra il 30 e il 50%. Discorso diverso è quello della peste polmonare, che è a trasmissione respiratoria, e quindi più rapida nella diffusione rispetto alla classica forma bubbonica. La mortalità è inoltre nettamente più alta, arrivando al 90 e il 100% di casi letali. Si pensa che queste due forme non siano “divise”, ma che durante le pandemie si siano manifestate in maniera complementare.

Bisogna specificare che, anche se molte epidemie e pandemie dell’antichità vengono chiamate “peste”, probabilmente, nessuna di loro fu causata da questa malattia. Le prove archeologiche e biologiche non hanno trovato traccia di peste nei resti e nei cimiteri di molte pandemie ed epidemie dell’antichità chiamate “pestilenze”, nome probabilmente dato successivamente alle pandemie stesse.

“Peste” di Atene (430 a.C.-426 a.C.)

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La peste di Atene

La “peste” di Atene è la prima delle famose epidemie dell’età antica, nota soprattutto per il momento storico in cui colpì. Si trattò di una terribile epidemia che colpì la città di Atene dal 430 a.C. fino al 426 a.C., appena all’inizio della terribile Guerra del Peloponneso, narrata dalla penna di Tucidide. 

Un’epidemia di cui in realtà conosciamo molto poco: non sappiamo neanche quale tipo di malattia fosse, anche se si pensa che possa essere stato tifo, vaiolo o anche una malattia simile all’ebola. Si sa però che l’epidemia colpì la città mentre era sovraffollata, a causa dell’arrivo di profughi dalle campagne, e sotto assedio degli spartani, e che un gran numero di abitanti morì, tra cui anche il leader e stratega Pericle. La città visse un terribile, anche se breve, periodo di anarchia: vi sono descrizioni di abitanti in preda al panico o, paradossalmente, nel mezzo dei bagordi, a causa della paura che il mondo stesse per finire. Alla fine la città si riprese, ma l’epidemia la indebolì notevolmente, sia dal punto di vista politico che militare, influenzando a suo svantaggio i successivi anni di guerra.

All’epidemia seguì un lungo periodo di instabilità politica, con le diverse fazioni del consiglio cittadino in perenne disaccordo fra di loro e incapaci di mantenere un potere stabile dopo la morte di Pericle. Inoltre, le truppe di terra, già in minoranza rispetto alle forze spartane, furono ulteriormente assottigliate dall’epidemia, e non solo in città: anche le guarnigioni presenti sulle varie isole furono colpite dalla malattia, in seguito all’invio di rinforzi dalla città. 

Non conoscendo il patogeno, è difficile fare ipotesi sul perché questa malattia colpì solamente Atene, risparmiando il resto della Grecia, ma si è ipotizzato che la malattia sia arrivata dall’Egitto, da dove partivano la maggior parte dei carichi di grano diretti alla grande metropoli greca. Qualunque fosse il patogeno, l’unica certezza è che, a dispetto del nome, questa malattia non fu causata dal batterio della peste.

“Peste” antonina (165 d.C.)

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La peste Antonina

Un’altra “falsa” peste colpì l’Impero romano al suo apogeo, nel 165 d.C., ed è stata rinominata in seguito “Peste Antonina”, dal nome della dinastia regnante (gli Antonini). Anche in questo caso non si è certi della malattia che causò la pandemia, ma i principali sospettati sono il vaiolo o il morbillo. Si sa però da dove originò: le armate romane, dopo aver sconfitto in Oriente i Parti, portarono con sé questa misteriosa, ma terribilmente letale, malattia in giro per l’Impero, diffondendola soprattutto negli accampamenti militari e nelle grandi città. Gli effetti furono terribili: si stima che il 20% della popolazione totale sia morta, lasciando l’Impero indebolito come non mai, con le file dei soldati ridotte all’osso.

Le conseguenze non si fecero attendere: proprio in quel periodo due popolazioni germaniche, i Quadi e i Marcomanni, invaserò l’Impero lungo il suo confine danubiano, nella zona tra le attuali Austria e Ungheria, penetrando in profondità, e arrivando fino al Friuli-Venezia Giulia. La situazione disastrosa costrinse l’imperatore Marco Aurelio a mobilitare un gran numero di legioni verso il confine. La guerra sarebbe durata decenni e avrebbe fiaccato l’impero tanto quanto la pestilenza, ponendo, per certi versi, le basi della fase di debolezza e anarchia che lo avrebbe caratterizzato nel secolo successivo.

Peste di Giustiniano (541 d.C.)

Per poter osservare il primo esempio certo di una “vera” pestilenza si deve infatti aspettare il 541 d.C., con l’inizio della cosiddetta “Peste di Giustiniano”, dal nome dell’imperatore bizantino che regnava all’epoca. La malattia, diffusasi probabilmente con i commerci con l’Africa e l’Oriente, apparve inizialmente in Egitto, da cui poi si sparse in tutto l’Impero, seguendo le navi cariche di grano e gli eserciti in tutto il Mediterraneo. 

La pandemia stravolse la struttura economica e sociale dell’Impero, colpendolo in un momento topico: era infatti nel pieno della campagna di riconquista dell’Italia voluta dall’imperatore, e contemporaneamente subito prima di una serie di guerre col vicino impero sasanide. Una tempesta perfetta. La peste portò alla morte di quasi un quarto della popolazione dell’Impero, soprattutto nelle grandi città, e riducendo quindi sia le entrate fiscali che gli effettivi dell’esercito: questo costrinse a diverse misure d’emergenza, e portò ad un prolungamento della guerra in Italia per i successivi 15 anni.

Gli effetti della peste non terminarono lì: la malattia si ripresentò a più ondate, ogni 15-20 anni circa per i successivi due secoli, in maniera meno devastante, ma comunque continuando a dissanguare le risorse umane ed economiche dell’Impero. Sul lungo termine, la peste indebolì mortalmente sia i bizantini che i sassanidi, e in seguito alle continue recidive della malattia e ad una serie ricorrente di guerre, aprì la strada ad un nuovo popolo: gli Arabi.

Le popolazioni nomadi dell’Arabia, infatti, non furono colpite dalla peste, o almeno non altrettanto duramente delle città imperiali, e questo permise loro prima di unirsi e successivamente di approfittare della debolezza sia dei bizantini che dei persiani, arrivando a conquistare, nell’arco di pochi anni, quasi tutto l’attuale Medio Oriente e dando il colpo di grazia alla civiltà classica. La peste finì, per molti versi, per segnare la fine dell’antichità e l’inizio del Medioevo.

La peste finì per esaurire la sua potenza distruttrice, e per circa 600 anni non si fece più vedere in Europa, a quanto sappiamo. Questo avvenne grazie all’immunizzazione dei sopravvissuti, e anche per la riduzione della popolazione, sia nelle campagne che nelle città, e la notevole diminuzione dei commerci, tutti fattori fondamentali per la diffusione di questa malattia.

Peste nera (1347/1348)

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La peste Nera

A metà del 1300 la storia delle epidemie si arricchì di un nuovo capitolo. L’Europa era arrivata ad un picco di popolazione insostenibile per l’epoca e un peggioramento del clima e una serie di carestie avevano indebolito i sopravvissuti. A questo si aggiunse una grande ripresa degli scambi commerciali verso l’Oriente, grazie alle flotte delle repubbliche marinare italiane e all’unificazione e pacificazione di buona parte dell’Asia in seguito alla conquista mongola.

Fu proprio dall’Asia centrale che la peste arrivò verso l’Europa: durante l’assedio di una colonia genovese in Crimea da parte di un esercito mongolo, gli assedianti catapultarono i cadaveri dei morti di peste dentro la città, e la malattia si diffuse tramite le navi di ritorno in Italia. Dall’Italia e le zone costiere del Mediterraneo la peste si spanse a macchia d’olio, e nell’arco di pochi anni colpì quasi ogni parte d’Europa, soprattutto falciando le città. I numeri sono impressionanti: si stima che tra il 30 e il 40% della popolazione morì durante la pandemia, con picchi del 60-70% nelle città maggiori, e ci vollero altri 200 anni per tornare alla popolazione originaria. Questo mancato recupero fu causato dal fatto che, anche in questo caso, la malattia continuò a tornare a ondate ricorrenti, anche se progressivamente più ridotte, fino all’inizio del ‘700.

Gli effetti economici e sociali non si fecero attendere: già alla seconda ondata alcune città portuali istituirono la quarantena, con un isolamento delle navi in arrivo per 40 giorni prima di sbarcare. Anche i lazzaretti nacquero in risposta alla peste, per isolare e almeno provare a curare i malati, spesso andando a sostituirsi ai precedenti lebbrosari. Il vero cambiamento fu però fu di tipo economico: la grande riduzione di popolazione lasciò un gran numero di attività produttive, soprattutto nei campi, senza forza-lavoro, e questo costrinse i padroni ad alzare gli stipendi, portando ad un miglioramento delle condizioni di vita delle classi più umili e dando, almeno in parte, le basi dell’inizio del Rinascimento e dell’età moderna. La peste, dopo essere stata la causa dell’inizio del Medioevo, finì per essere anche causa della sua fine.

Vaiolo, morbillo, sifilide (‘500-‘600)

Oltre alla peste, diverse altre malattie flagellavano regolarmente la popolazione europea, come il vaiolo e il morbillo, soprattutto fra i bambini e gli abitanti delle città. Il vaiolo è una malattia virale che causa vescicole e papule sulla pelle e che porta a sintomi emorragici e danni generali agli organi, con una letalità del 30% nelle forme classiche e più alte nelle forme più gravi e particolari. Raramente causò epidemie gravi in Europa, almeno in base alle fonti e alle prove scientifiche, andando invece ad ondate continue, similmente a come fa la varicella. Era però una delle principali cause di morte in Europa, almeno dal 1500 in poi, colpendo anche molte casate reali e spesso lasciando cicatrici deturpanti nei sopravvissuti.

Dall’Europa all’America: vaiolo e morbillo

epidemie nella storia
Nativi del Centro America colpiti dal vaiolo

Il vaiolo era però una malattia che, finché continuarono le ricorrenti epidemie di peste, rimase in secondo piano, limando in maniera lieve, ma costante, la popolazione. Tutto ciò cambiò con la scoperta dell’America nel 1492: l’arrivo degli europei permise il passaggio di molte malattie che esistevano solo in Eurasia verso le popolazioni indigene americane, che non avevano alcuna forma di immunità contro di esse. Appena arrivate nei Caraibi, vaiolo, morbillo ed influenza decimarono gli autoctoni, insieme alla fame e ai soprusi applicati dai conquistadores, dando un assaggio delle conseguenze che avrebbero avuto sul continente.

Negli anni successivi, dopo la conquista e colonizzazione delle isole, gli spagnoli volsero lo sguardo alla terraferma, e nel 1519 sbarcarono in Messico e conquistarono l’Impero azteco, nonostante una schiacciante inferiorità numerica, proprio grazie alle malattie “importate” dall’Europa. Infatti, nella parte finale della guerra, gli Aztechi furono decimati da una devastante epidemia di vaiolo, che uccise uno degli ultimi imperatori e quasi metà della popolazione della loro capitale, lasciandoli mortalmente indeboliti di fronte al ritorno in forze dei conquistadores.

Ancora più drammatico fu l’effetto del vaiolo sull’Impero Inca, sorto sulla zona montuosa tra Ecuador e Cile: la malattia anticipò di diversi anni l’arrivo degli spagnoli, quasi dimezzando la popolazione e uccidendo l’imperatore con una successiva guerra civile fra due dei suoi figli, che lasciò l’impero prostrato e lacerato. L’arrivo, nel 1532, dei conquistadores guidati da Francisco Pizarro, diede il colpo di grazia all’impero delle Ande, anche a causa delle successive rivolte interne e delle nuove epidemie di vaiolo e morbillo. In meno di 20 anni due grandi imperi caddero e milioni di nativi americani morirono più a causa delle malattie che delle armi da fuoco e dell’acciaio. Nei secoli successivi il destino fu simile per le tribù e i popoli meno organizzati e famosi del resto del continente, soprattutto con le tribù indiane che abitavano gli attuali Stati Uniti e il Canada.

Dall’America all’Europa: sifilide

Lo scambio di malattie però non fu univoco. Pare, in base alle fonti scritte, che i marinai delle caravelle di Colombo tornarono dal Nuovo Mondo con una malattia mai vista, ovvero la sifilide, che si trasmette per via sessuale e che avevano contratto dalle indigene dei Caraibi. La sifilide, almeno oggi, è una malattia lenta, con una prima fase dopo il contagio in cui si formano delle lesioni sulla cute; dopo alcuni, giunge una seconda fase, con pustole sulla pelle; infine, si arriva a una terza fase, più rara, a distanza di almeno 10 anni dal contagio, con la formazione di lesioni sulle ossa, o anche danni permanenti ai vasi o al sistema nervoso.

All’epoca invece la malattia, almeno secondo le descrizioni, era ben diversa, molto più aggressiva, rapida e cruenta nel suo decorso, spesso causando cancrena agli arti e uccidendo in poche settimane. Queste descrizioni non sono molto affidabili, ovviamente, ma lasciano il dubbio che si stia parlando della stessa malattia, oppure che la sifilide sia mutata nel corso dei secoli, diventando meno aggressiva mentre si diffondeva.

Pochi anni dopo, nel 1495, la malattia apparve per la prima volta in Italia, durante una guerra tra francesi e città italiane, causando un gran numero di morti in entrambi gli eserciti e diffondendosi a macchia d’olio in tutta Europa. La sifilide, oltre ad essere considerata una malattia vergognosa per la sua natura sessuale, divenne anche un simbolo di “disprezzo” per gli stranieri: i francesi, visto che la avevano contratta inizialmente vicino Napoli, la chiamarono “Mal napoletano”, mentre italiani e spagnoli la chiamarono “Mal francese”, o anche i turchi, che la rinominarono “Mal dei cristiani”. Un altro effetto della sifilide fu il maggiore effetto di repressione e controllo nei confronti della prostituzione, che finì per essere sempre più rinchiusa all’interno dei bordelli e con ispezioni mediche e abusi continui nei confronti delle prostitute.

Colera (‘800)

malattie nella storia
Epidemia di Colera a Londra

Se fino al 1500 la malattia più temuta fu la peste e nei 300 anni successivi questo titolo passò invece al vaiolo, l’800 vide un nuovo contendente entrare nella mischia della storia delle epidemie: il colera. Questa infezione batterica, che si trasmette attraverso acqua o alimenti contaminati e causa una gravissima diarrea, partendo dall’India si diffuse in tutto il globo nella prima metà del XIX secolo, causando varie ondate epidemiche soprattutto nelle grandi città europee e americane. 

La rivoluzione industriale aveva infatti creato l’ambiente perfetto per la diffusione della malattia, con grandi metropoli in espansione, sovrappopolate e con condizioni sanitarie pessime. Il colera divenne quindi un grande spauracchio, sia per la sua rapidità di diffusione che per il disgusto che causava; rimase però una malattia soprattutto delle classi più povere, che venivano regolarmente colpite dalla malattia, alimentando anche diverse rivolte popolari, in un’epoca già molto agitata dal punto di vista sociale.

La malattia fu anche il soggetto di uno dei primissimi studi di epidemiologia della storia. Il medico John Snow, durante un’epidemia di colera in un quartiere povero di Londra, comprese che la malattia si trasmette tramite l’acqua contaminata, anche se i suoi risultati richiesero anni prima di essere accettati dalla comunità scientifica. Fu nella seconda metà dell’800 che la malattia batté parzialmente in ritirata: la costruzione di fogne e il miglioramento delle condizioni sanitarie pubbliche e private, pur nate per motivi diversi, riuscirono ad arginare e scacciare la malattia, almeno dai paesi occidentali.

Influenza spagnola (1918-1919)

storia delle pandemie
Durante l'Influenza Spagnola si diffuse l'uso le mascherine per prevenire il contagio

La più recente tra le grandi pandemie è stata per diverso tempo una delle meno conosciute, al punto da aver mantenuto il nome “datole” dalla censura: non è infatti un caso che la Spagnola si chiami così. La titanica pandemia di influenza colpì il mondo nell’ultimo anno della Prima Guerra Mondiale, rimanendo quindi nel silenzio imposto dai governi, mentre si spargeva per il globo seguendo le truppe spedite sul fronte occidentale. La prima ondata colpì tra il marzo e l’agosto del 1918 e fu aggressiva, ma nulla in confronto alla seconda ondata, che colpì da settembre a dicembre dello stesso anno, e che fu quella che causò il maggior numero di morti e incusse maggior paura. La terza, iniziata a gennaio del 1919 e terminata, in alcune parti del mondo, l’anno successivo, fu la meno letale, passando ancora più sottotraccia in un mondo che cercava a tutti i costi la pace.

Non si sa dove originò: il primo caso accertato fu un cuoco di un accampamento militare negli Stati Uniti, ma si pensa invece che possa essere nata in Cina e poi diffusasi nel resto del mondo con gli immigrati che si muovevano come bassa manovalanza durante il conflitto. Se l’origine è incerta, se ne conoscono invece bene gli effetti: si è calcolato che la malattia, da sola, abbia causato tra i 50 e 100 milioni di morti, sia nelle trincee che fuori, ma allo stesso tempo la sua diffusione e i suoi effetti furono “smussati” dalla propaganda e dalla censura, con gli stati belligeranti che sottostimarono e nascosero il vero conteggio dei morti per non abbattere il morale della popolazione. Il risultato fu che questa pandemia, nonostante la sua estensione e il suo terribile lascito, è stata dimenticata per decenni e riscoperta solo dagli anni ‘70-‘80 in poi.

Una pandemia “moderna”

Nella storia delle epidemie l’influenza spagnola si contraddistingue come una pandemia atipica rispetto a quelle precedenti, più simile, anche se in scala diversa, al “nostro” Covid-19. Fu infatti una malattia davvero globale (si è calcolato che contagiò almeno un terzo della popolazione mondiale, quindi almeno 500 milioni di persone), contro cui mancavano armi per difendersi se non le mascherine e l’isolamento. Un’altra particolarità è l’aggressività di questo particolare ceppo di influenza: diversamente dalla classica influenza stagionale che vediamo anche oggi, che colpisce soprattutto bambini piccoli e anziani, questo specifico ceppo colpì soprattutto la popolazione giovane, fra i 20 e i 40 anni, e i risultati si videro soprattutto negli eserciti al fronte, spesso bloccati nelle loro offensive dal gran numero di soldati ricoverati.  L’ultima particolarità di questa malattia è che spesso non fu la causa diretta della morte nei malati, ma espose a terribili polmoniti di origine batterica, all’epoca ancora impossibili da trattare.

A dispetto dei numeri enormi, gli effetti di lungo termine sono difficili da distinguere rispetto a quelli della grande guerra, e bisogna anche calcolare che la mortalità globale della malattia fu tra il 3 e il 5%, non riuscendo quindi ad incidere tanto quanto le grandi pandemie del passato. Resta quindi una pandemia paradossale, terrificante, in cui ogni famiglia ha perso qualcuno, ma che contemporaneamente sembra essere semplicemente scivolata nella storia senza aver lasciato segni evidenti.

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Per approfondire la storia delle epidemie

Qualche consiglio di lettura per approfondire la storia delle epidemie.

F.M. Snowden, “Storia delle epidemie. Dalla morte nera al Covid-19”, La clessidra, 2020
C. Kenny, “La danza della peste. Storia dell’umanità attraverso le malattie infettive”, Bollati Boringhieri, 2021
D. Quammen, “Spillover. L’evoluzione delle pandemie”, Gli Adelphi, 2014

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sick history paolo forti

PAOLO FORTI

Buongiorno o buonasera! Mi chiamo Paolo, ho 24 anni, sono di Roma e sono uno studente di medicina in dirittura di laurea all’Università di Tor Vergata a Roma. Sono sempre stato un grande appassionato di storia, interesse alimentato dai podcast che mi hanno permesso di scoprire nuovi argomenti e aspetti del passato che non conoscevo. Nel mezzo della pandemia ho pensato: perché non farne uno io?

Ho unito le mie due passioni e ho lanciato il mio podcast, Sick History. Qui parlo delle malattie che hanno plasmato la storia dell’uomo e di come hanno influenzato la nostra società, la nostra cultura e le nostre abitudini. Senza dimenticare i grandi della storia, anche loro succubi di morbi e malanni, o delle guerre perse per un colpo di tosse uscito al momento sbagliato. Perché, in un mondo in cui pensavamo di aver sconfitto le malattie, conoscere quelle del passato ci ricorda come siamo arrivati a temerle di meno… Forse.

Instagram: @sick.history
Podcast: ascolta su Spotify, Apple Podcast, Amazon Music Google Podcast
Email: sickhistory.podcast@gmail.com

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4 commenti

  1. Complimenti, l’articolo è molto bello. Per quanto riguarda gli effetti delle epidemie sulle popolazioni americane nel XVI secolo, mi limito a precisare il caso della Nuova Spagna (l’attuale Messico). Dopo lo shock iniziale delle epidemie subito dopo la conquista, si susseguirono ondate di vaiolo e tifo esantematico per il resto del secolo. Le più importanti furono quelle del 1538, 1545, 1576 e 1590. I demografi storici calcolano che, a seguito di queste epidemie, all’inizio del XVII secolo la popolazione indigena del Messico si fosse ridotta del 90% rispetto al suo livello del 1519, su una popolazione totale stimata iniziale di 20 milioni.

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