Nella prima parte di questa immersione nella lingua delle storie ambientate nel passato, abbiamo visto quanto è importante scegliere le parole giuste nei romanzi storici. Ora lascio la parola a Miriam Chiaromonte, traduttrice specializzata nella traduzione di classici inglesi e francesi: in questo caso l’adattamento della lingua originale deve rispecchiare lo stile dell’autore e allo stesso tempo spiegare ciò che un tempo era ovvio, ma oggi risulta incomprensibile. – Chiara

Trasportare un testo da una lingua (e una cultura) a un’altra non è mai un compito facile. Questo è ancora più vero se si tratta di opere del passato: la lingua dei classici, infatti, ha il potere di catapultarci in altre epoche e per questo chi traduce deve stare molto attento a creare lo stesso effetto “macchina del tempo” nel testo di arrivo. 

Il compito del traduttore dev’essere quello di trasportare i lettori nella stessa epoca in cui è stato scritto il testo di partenza; quello del revisore della traduzione, invece, sta nell’andare a colmare determinate lacune di tipo storico, linguistico e culturale per permettere all’opera di giungere al pubblico nel modo in cui è stata originariamente concepita.

In quest’articolo mostrerò come un traduttore si approccia a romanzi scritti in un’altra epoca, fornendo esempi tratti dal mio lavoro di traduzione e da quello di revisione di testi dall’inglese e dal francese.

Tradurre romanzi di un’altra epoca

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Ogni autore ha un proprio stile e questo è il primo fattore da tenere in considerazione: non snaturare il modo in cui il testo è stato costruito dal punto di vista linguistico e culturale è fondamentale. Dunque, è necessario stare attenti al modo in cui viene veicolato un preciso messaggio: bisogna tenere conto dei vocaboli impiegati in senso metaforico e dalle figure retoriche in generale (quelle di suono e quelle di senso), focalizzandosi su tutti i riferimenti culturali che fanno parte del bagaglio degli scrittori.

Mi viene in mente il racconto gotico Curioso, se fosse vero (Curious, if True) di Elizabeth Gaskell che ho tradotto per Caravaggio Editore e che ha come protagonisti personaggi delle favole e del folklore. L’autrice fa spesso riferimento alle opere originali che se non vengono colte (e segnalate) rischiano di essere appiattite. Come nel caso della citazione «Is it you, my Prince?» tratta dalla versione inglese di Sleeping Beauty (La bella addormentata nel bosco), oppure l’esclamazione «Ah, beauty» che è chiaramente un rimando a Beauty and the Beast (La Bella e la Bestia). 

In una traduzione affrontata più di recente, Il Polacco (The Pole) di Claire Clairmont e Mary Shelley (Vintura Edizioni), ho trovato richiami agli scritti di Percy, come A Defence of Poetry e Ode to Naples, che sono fondamentali per sottolineare lo stretto rapporto di stima che intercorreva tra i componenti del Circolo Shelley. 

Comprendere il periodo storico per evitare anacronismi

Un altro elemento che è strettamente correlato al linguaggio è l’epoca in cui è stato scritto il testo: bisogna tenere gli occhi ben aperti e non perdere mai la concentrazione per evitare scivoloni che vanno a minare l’intera traduzione

In particolare, esistono termini polisemici che in epoca moderna siamo abituati a tradurre in un certo modo, ma che un tempo avevano tutt’altro significato. È il caso del verbo “to call” che prima della scoperta del telefono non può di certo essere tradotto con “telefonare”; “to call”, infatti, indica il far visita a qualcuno.

Tradurre le parole intraducibili: i realia

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Rimanendo in ambito storico-culturale, è necessario citare quei termini che sono connotati in un preciso periodo storico di un determinato Paese e che non hanno una corrispondenza precisa nelle altre lingue: sono definiti “realia” e nella traduzione letteraria è facile imbattersi in almeno uno di loro. I realia possono appartenere ad ambiti specifici o essere oggetti legati alla vita quotidiana. 

Per mantenere un ponte tra le culture, sarebbe meglio lasciare le parole in lingua originale e spiegare il significato in una nota a piè di pagina; tuttavia, non sempre è fattibile, perché talvolta bisogna garantire un testo target-oriented, ossia fluido e leggibile nella lingua di arrivo, naturalizzato, “assoggettato” alla cultura dei lettori che ne fruiranno (in traduttologia si parla di addomesticazione). Nel caso in cui la linea editoriale della casa editrice consenta di mantenere elementi stranianti all’interno della traduzione, si può inserire una nota a piè di pagina per spiegare qual era il termine presente nel testo originale ai lettori più curiosi. 

Il primo esempio che mi viene in mente è “bun”, termine molto frequente nei testi inglesi per indicare un panino morbido dalla forma rotondeggiante. Si può tradurre come “panino dolce” e solo qualora sia specificato che contiene uvetta bisogna indicarlo. Mi sono imbattuta in questo realia nella traduzione del romanzo Caro nemico (Dear Enemy) di Jean Webster nella forma di Hot Cross Buns pasquali e ho deciso di tradurlo con “panini dolci”. Poi, l’ho ritrovato in una revisione e ho segnalato non solo che era necessario tradurre il termine sempre nella stessa maniera, per questioni di coerenza, ma anche che non si trattava di un tipo di lievitato qualsiasi, ma di un panino dolce.

Adattare dialetti e lingue storpiate

Romanzi, novelle e racconti non sono sempre scritti in una sola lingua: come ha giustamente specificato Chiara nel suo articolo, l’inglese ha preso in prestito moltissime parole francesi che erano in uso soprattutto nel passato. Non solo, ma può capitare che i personaggi parlino una lingua differente da quella del testo di partenza (come una variante più arcaica, l’ispanoamericano o l’African American Vernacular English) oppure “non-standard”, per esempio un dialetto o argot. 

Molti studiosi si sono interrogati sulla resa migliore di tali lingue che non hanno un equivalente nella lingua di arrivo – sebbene talvolta venga utilizzato un altro dialetto, che però non corrisponde al contesto socio-culturale dei parlanti della lingua di partenza). A questo punto, è necessario abbassare il registro, prestando attenzione al ceto sociale dei personaggi: l’eloquio riprodurrà la lingua orale, e sarà sgrammaticato solo nel caso in cui la persona che parla è a tutti gli effetti illetterata.

Anche in questo caso, è bene spiegare le scelte traduttive in un’introduzione e/o in una nota a piè di pagina, sebbene possano essere stranianti per il pubblico target. In caso di dubbi o perplessità, è consigliato rivolgersi ai madrelingua che possono gettare luce su aspetti che, magari, non riusciamo a mettere a fuoco.

Nella traduzione di Papà Gambalunga. Commedia in quattro atti (Daddy Long-Legs. A Comedy in Four Acts) ho avuto a che fare sia con parole storpiate dai bambini sia con varianti non-standard: è il caso di “’rifmatic” (tradotto con “’ritmedica”), che è il modo in cui l’orfana Gladiola pronuncia “arithmetic” (aritmetica), o “pergolley” che è il termine che la signora Semple (che abita nel Sud degli Stati Uniti) utilizza per “pergolato”.

Revisionare romanzi di un’altra epoca

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Segnalare gli errori degli autori

In passato non sempre i testi venivano ricontrollati da editor o correttori di bozze, dunque possono capitare incongruenze narrative. Come ci si comporta in questi casi? Bisogna chiedere all’editore se è possibile evidenziare queste incongruenze in una nota a piè di pagina o eventualmente (anche) in un’introduzione. Di certo, non si può andare a manipolare il testo di partenza che dev’essere tradotto così com’è stato scritto in origine (sempre che si voglia fornire al lettore una versione integrale!). 

Personalmente, mi è capitato di imbattermi in incongruenze storiche più volte: ne Il mistero di Four-Pools (The Four-Pools Mystery) di Jean Webster, l’autrice mette in bocca a un personaggio il nome di re Edoardo VII come regnante del Regno Unito; peccato che all’epoca dei fatti narrati fosse ancora sul trono la regina Vittoria. In questo caso, ho inserito una nota a piè di pagina ma ho anticipato anche la presenza di un’incongruenza nell’introduzione al volume. 

Mantenere la coerenza (evitando le ripetizioni)

A proposito di coerenza… In un testo un termine dev’essere tradotto sempre allo stesso modo perché è importante la continuità narrativa e una traduzione differente causerebbe nei lettori un effetto straniante. 

In una revisione dal francese mi è capitato di imbattermi nel termine “porte” che non si riferiva alla porta di una stanza ma all’anta di un armadio. Nella prima occorrenza, era stato tradotto appunto “anta”, ma alla seconda, qualche pagina più avanti, era diventata una porta. Confrontando il testo di partenza con quello di arrivo ho scoperto che si trattava della “porte” sopracitata; tra l’altro, aveva un ruolo importantissimo nell’intera narrazione! 

Esistono, però, dei casi in cui il traduttore si può prendere la libertà di scegliere un sinonimo, questo soprattutto nel momento in cui il termine è ripetuto più volte nello stesso periodo e nelle righe successive; anche qui bisogna stare molto attenti se la ridondanza è voluta dall’autore oppure è legata allo stile della lingua di partenza (in inglese, per esempio, capita spesso di imbattersi in ripetizioni).

Tradurre e revisionare romanzi di un’altra epoca: conclusione

In definitiva, la traduzione è un lavoro di precisione e cura, ma è anche artigianale, e come tutte le cose artigianali è unica e irripetibile, ma può avere delle “imperfezioni”.  Per questo motivo, è fondamentale l’aiuto di un revisore e di un correttore di bozze che abbia il fiuto per i refusi, i calchi e le sviste di ogni tipo. Solo con l’aiuto di un team di professionisti è possibile ridurre al minimo gli errori e, soprattutto, crescere, imparare e perfezionarsi.

Bibliografia

I romanzi e racconti citati nell’articolo sono tutti tradotti da Miriam Chiaromonte. Sono presenti link affiliati.

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